“Nazionalizzazioni” e “Privatizzazioni”: una ciclicità ricorsiva necessaria alle specifiche caratteristiche del capitalismo italiano.

Una premessa comunista.

La guerra imperialista ha accelerato e acutizzato a un grado estremo il processo di trasformazione del capitalismo monopolistico in capitalismo monopolistico di Stato”.

Questa citazione -la prima delle sei prodotte da distinte soggettività del movimento comunista, che in totale utilizzeremo in questo contributo- appartiene a Lenin (“Stato e rivoluzione”, aprile 1917) e la sintesi che essa proietta è l’esatta valutazione (scientifica, si potrebbe aggiungere) del percorso che iniziava allora a concretizzarsi nel modo di produzione capitalistico: cioè dell’unificazione di fatto organica dei monopoli con lo Stato borghese.

Dovrebbe essere una “ovvietà” per tutte le organizzazioni comuniste di oggi, ancora di più che nell’aprile del 1917, il riferirsi a questa sintetica valutazione di Lenin come base per definire ed indicare senza ambiguità, tanto tatticamente che strategicamente, cosa significa “nazionalizzare” nel 2014. Ma non è così: questa “ovvietà” è disattesa dalla parte più conosciuta di esse. Perché? Estraendo, anche storicamente, i contenuti e i “meccanismi” soggiacenti in questa “ovvietà” lo dovremmo dedurre.

La “ciclicità ricorsiva”, a grandi tratti, del privatizzare-nazionalizzare sotto il fascismo.

L’ondata rivoluzionaria, protagonizzata dal movimento operaio, che nella congiuntura politico-economica immediatamente posteriore alla prima guerra mondiale percorse anche il nostro paese (biennio rosso ’19-’20), pose con urgenza alla borghesia la necessità di approntare una qualche stabilizzazione per il capitalismo italiano. Il suo storico e strutturale rachitismo, lo squilibrio comunque endemico tra il settore industriale, il settore bancario a grande concentrazione e la grande proprietà agraria fortemente arretrata, obbligatoriamente indicarono il raggiungimento di questa stabilizzazione attraverso la reiterazione dei metodi di compressione politica ed economica sopra le masse lavoratrici e consumatrici. Il fascismo garantì questa stabilizzazione alla borghesia in quel contesto storico e lo fece mediante la forma che quindi risultava obbligata, e cioè:

non con una ordinaria sostituzione di un governo borghese con un altro, ma con il cambiamento di una forma statale del dominio di classe della borghesia -la democrazia borghese- con un’altra sua forma, con la dittatura terrorista aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti, più imperialisti del capitale finanziario” (Dimitrov al VII Congresso della Internazionale Comunista).

In questo scenario di aperta dittatura terroristica, il fascismo inizierà -diciamo dal 1922 al 1925- il suo lavoro di amministratore delegato del capitale finanziario italiano con una maschera, come già promesso da Mussolini poco prima della sua ascesa al potere, assolutamente liberista. Sinteticamente: politiche di privatizzazione di aziende e servizi pubblici (per esempio, le compagnie dei telefoni e delle assicurazioni); riduzione della spesa pubblica (per esempio, licenziamento di circa 65.000 dipendenti dello Stato di cui circa 40.000 delle ferrovie); riforma tributaria a favore del capitalismo industriale e degli agrari (per esempio, abrogazione della legge sui valori industriali e bancari che obbligava alla registrazione dei loro fondi).

Misure complessive di liberalizzazione che, chiaramente, si realizzavano in un quadro dal quale erano state eliminate tutte le possibilità di organizzazione ed espressione autonoma dei lavoratori delle città e delle campagne e rimosse tutte le garanzie contro il loro licenziamento.

Ma lo stesso fascismo, pochi anni dopo, non avrà nessun tipo di problema a cambiare la prima maschera liberista con una seconda maschera statalista. Lo farà, in modo ufficiale-istituzionale, nel 1933 attraverso la costituzione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI). L’IRI assumerà infatti il ruolo di ente statale di salvataggio per banche: Banca Commerciale Italiana, Banco di Roma, Crediti Italiano, per citare le principali; e per società industriali: Edison, Terni, Ansaldo, Ilva, Orlando, Cantieri riuniti dell’Adriatico, Alfa Romeo, per citare le principali, che avevano subito dopo il colpo del 1927 (deflazione di carattere nazionale) quello definitivo, di grazia, della crisi del 1929 (recessione di carattere mondiale).

Naturalmente, il passaggio “dal privato” “allo Stato”, non modificò di una virgola la situazione delle classi subalterne coinvolte in questa permutazione e, naturalmente, non poteva essere altrimenti.

La “ciclicità ricorsiva” lasciò operai, braccianti, mezzadri e lavoratori subordinati alla completa mercé delle necessità del capitale finanziario.

La “ciclicità ricorsiva”, a grandi tratti, del privatizzare-nazionalizzare sotto la repubblica.

Contesto:

la congiuntura politico-economica immediatamente posteriore alla seconda guerra mondiale, produsse anche nel nostro paese una forte destabilizzazione del capitalismo. Ora, però, tale destabilizzazione derivava dalla caduta del fascismo, la quale era stata, anche, realizzata da una forte avanguardia comunista che, dotata di massa critica sufficiente, era comunque decisa ad imporre una legittima forma socialista di produzione in Italia. Ne è prova indiscutibile la Costituzione stessa, partorita dal compromesso scaturito dal non ancora risolto scontro di potere tra classe operaia e borghesia. Da questa indefinizione politico-militare applicata alle relazioni di proprietà “repubblicane”, nasce il Titolo III della Costituzione che nell’Articolo 41 circoscrive libertà d’iniziativa economica nel quadro dell’utilità sociale; che negli Articoli 42 e 43 prevede le possibilità di espropriazione; che nell’Articolo 46 prevede la possibilità della gestione operaia delle fabbriche. La Costituzione italiana, insomma, oltre a svelare il soggiacente equilibrio dei rapporti di forza allora esistenti nella lotta di classe, mostra contemporaneamente il limite massimo di conquiste raggiungibile all’interno della democrazia borghese; nella cornice però, particolare non secondario, di quei rapporti di forza.

Lo stesso Togliatti lo riconoscerà in modo indiretto (ormai staticamente in sicurezza la costruzione della sua metafisica ipotesi di “via italiana al socialismo”) nel suo intervento, novembre 1957, alla riunione di Mosca dei 64 partiti comunisti e operai:

Appena finita la guerra , vi era in Italia una situazione nella quale non sarebbe stato difficile prendere il potere ed iniziare la costruzione di una società socialista. La maggior parte del popolo avrebbe potuto seguirci. Ma il paese era occupato dagli eserciti americani e inglesi e questa via non si poté prendere, perché una insurrezione contro questi eserciti sarebbe stata politicamente un assurdo, e destinata a sicura sconfitta.

Periodo 1948- fine anni ‘80:

non vi è quindi ragione di alcuna meraviglia che l’IRI, creatura del fascismo, venisse dopo la sua caduta non solo traghettato indenne nella nuovissima repubblica ma anzi potenziato nel tempo; dirimente, la dimensione da esso acquisita nel 1980: più di 1.000 società con più di 500.000 dipendenti. In questo contesto, a partire dal 1953, il capitalismo monopolistico di Stato decideva di detenere il controllo del settore energetico dando per questo vita all’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), per poi passare, nel 1962, alla “strategica” “nazionalizzazione” dell’industria elettrica con la nascita dell’ENEL. Le aziende private di questo settore furono espropriate e per i loro impianti, passati all’impresa di Stato, ricevettero cospicui indennizzi. Così cospicui da spingere la Montecatini, nel 1963, ad acquisire la SADE (Società Adriatica di Elettricità) per poi “venderla” alla stessa ENEL.

Diceva a questo proposito, nel luglio del 1964, un mese prima di morire, ancora Palmiro Togliatti: “Per la nazionalizzazione elettrica sono state imposte, a favore delle società espropriate, condizioni tali da sfiancare l’economia nazionale per un buon numero di anni” (ma nonostante questo) “sino ad ora … il settore pubblico non è stato capace di contestare le leggi del settore privato.

Naturalmente “questa capacità” il settore pubblico non l’avrà nemmeno in futuro, né, facile previsione anche questa, avrebbe mai potuto averla. La citazione è stata riportata perché rappresenta il requiem che il massimo esponente del PCI suona, di fatto quasi senza accorgersene, al suo tentativo di realizzare con le “riforme di struttura” -delle quali le “nazionalizzazioni” erano uno strumento importante ed anche giustificabile attraverso l’uso di un marxismo reso di fatto per la seconda volta “inoffensivo e canonizzato”- quelle condizioni atte ad aprire il rubinetto per lo scorrimento di quella che avrebbe dovuto essere una placida “via italiana al socialismo”.

Periodo inizio anni ‘90-2007:

negli anni ’90 sulla spinta di peso mondiale praticata dall’imperialismo statunitense -anche motivata dalla euforia causata dalla implosione sovietica che permette al modo di produzione capitalistico l’inizio di nuovi rapporti politici, economici e militari con la concreta possibilità di una nuova ripartizione dei mercati- viene nuovamente reiterata, anche in Italia, la “liberalizzazione”.

Concentrato il fuoco contro lo Stato burocratico negatore della libera iniziativa e per questo necessariamente parassita, sprecone, eccetera, si iniziano a smembrare i gruppi e le imprese di Stato. Addio IRI, ENI, ENEL, EFIM, eccetera. Sull’ENI (passata definitivamente a società per azioni nel 1992) è il caso di ricordare il balletto comico-criminale con la Montedison (Raul Gardini), durato due anni (1988-1990), iniziato quindi con “anticipo”, e consumatosi in una girandola di cicli ricorsivi che alla fine hanno visto Gardini ricedere tutte le attività chimiche all’ENI ottenendone un compenso di 2.805 miliardi di lire: un prezzo assolutamente esorbitante, assolutamente ingiustificato “per il mercato”.

Comunque, alla fine, il passaggio dallo “Stato” al “privato” sarà un fatto.

Le classi lavoratrici degli anni ’90 subiscono dunque l’esperienza inversa di quella dei loro nonni o bisnonni nella seconda metà degli anni ’20 e possono verificare, in “corpore vili”, come il ciclo ricorsivo privatizzazione – nazionalizzazione goda, relativamente alle loro condizioni complessive di vita, della proprietà invariantiva. Naturalmente, non sarà così per i padroni, per la classe dirigente: la loro ricchezza continuerà a crescere. Ricordiamo i regali che lo Stato ha fatto al Gruppo Riva (l’Ilva), al Gruppo Lucchini (Acciaierie di Piombino), per citare due attori, tra gli altri, oggi più nominati e che hanno spremuto sino alla morte fisica questi due impianti produttivi così come hanno fatto con tanti operai che ci lavoravano, e con tanti cittadini che ci convivevano.

Oggi, come conseguenza della profonda crisi economica e finanziaria che dal 2007 ha penetrato il modo di produzione capitalistico, la controtendenza alla (ultima fase di) “privatizzazione” riscuote trasversali consensi, sia nazionali che internazionali: per questi, ne ricordiamo uno per tutti, fa testo quello di Alan Greenspan, già direttore della Banca Centrale sotto Reagan (!), che dichiarò (2009) essere necessaria una temporanea “nazionalizzazione” delle banche del suo paese.

Perfettamente in linea, dunque, la posizione di Corrado Passera, che conoscendo bene le proprietà del “ciclo ricorsivo”:

– nel 2008, come massimo dirigente della banca Intesa-Sanpaolo, guida la (disastrosa) privatizzazione dell’Alitalia a favore dei 20 “capitani coraggiosi e patrioti” (tra i quali i Riva dell’Ilva);

– nel 2012, a capo del ministero dello Sviluppo Economico, si dichiara non contrario alla confisca dell’Ilva del Gruppo Riva.

Se è chiara la posizione dei “padroni”, resterebbe invece necessaria una qualunque spiegazione da parte dei dirigenti (che ci risparmiamo di elencare) di una sinistra “radicale” o dichiaratamente comunista, sul perché dell’analoga loro spinta alla (ri)“nazionalizzazione” di imprese decotte come l’Ilva: chi pagherà (la Costituzione prevede un indennizzo) realmente e quanto? Come sarà realizzata concretamente e con che obiettivi politici ed economici la (ri)“nazionalizzazione”?

Quando questa spinta verso la (ri) “nazionalizzazione” si presenta con qualche indicazione di percorso da compiere, essa rimane, sempre e comunque, totalmente interna alla istituzionalità esistente. È il caso, per fissare un esempio, della posizione di Guido Viale (vedi “il manifesto: “Nazionalizzazione: non basta la parola” del 2012; “Caso Ilva, Riva non è l’eccezione del 2013; “La lezione del caso Electrolux” del 2014); posizione che curiosamente risulta, tra l’altro, compatibile con quella Naomi Klein e Avi Lewis riguardante il caso argentino, tratteggiato a seguito.

Il caso argentino: dai padroni agli operai, dagli operai ai padroni. Non basta “nazionalizzare” e neppure “espropriare”.

Vale la pena, per sottolineare come il “ciclo ricorsivo” si ripeta senza danni per il capitale e contemporaneamente esprima una “legge” più generale, riesaminare come iniziò e come finì la crisi argentina del dicembre 2001. Il capitalismo dipendente argentino e la classe politica dirigente che lo rappresentava, avevano portato il paese alla bancarotta ed al (conseguente) caos. La maggioranza delle classi subalterne -operai, braccianti, piccoli e medi borghesi rurali ed urbani- erano concretamente ridotte alla povertà. Questo segmento maggioritario della popolazione reagì però -all’attacco alle proprie condizioni materiali elementari di sopravvivenza, perpetrato contro di lui tanto dalla sua borghesia nazionale, serva dell’imperialismo, quanto dall’imperialismo stesso- con estrema forza e determinazione. Questa reazione popolare produsse i seguenti notevoli ed interdipendenti risultati:

– le manifestazioni di massa e gli scontri di piazza, dove la polizia uccise almeno 30 persone, obbligarono, in 20 giorni, 4 presidenti della repubblica (!) a fuggire l’uno dopo l’altro;

– le lotte dei lavoratori nei propri luoghi di lavoro, appoggiati dalla popolazione locale, portarono al “recupero” delle fabbriche “serrate” dai capitalisti (più precisamente, vennero occupate non solo “fabbriche”, ma centri di produzione e di servizi: dalla alimentazione al vetro, passando per la cosmetica e la metallurgia).

Del tutto comprensibile la solidarietà e l’interesse generalizzato che tutti manifestarono “per gli operai che avevano occupato le fabbriche dei padroni mettendole poi in produzione”. Paradigmatiche della valenza data da una certa sinistra -latinoamericana, ma anche europea- al “fenomeno” argentino, cioè di come doveva oggi essere impostata la lotta per il superamento del capitalismo, sono le riflessioni del 2004 dei documentaristi Naomi Klein e Avi Lewis: “Non è sufficiente elaborare solo teorie economiche alternative. Occorre anche iniziare a validarle. E questo è ciò che avviene in Brasile, con il “Movimento dei Senza Terra” e qui in Argentina con l’occupazione delle fabbriche che realizza la vera democrazia operaia in ogni luogo di produzione recuperato. Questa è la cosa più incoraggiante per la gente di tutto il mondo. La gente ha il diritto a riprendersi queste imprese. Ci sono imprese statali regalate a imprese private e che ancora vengono sussidiate con i soldi della gente: accade con le linee aeree, con i treni. Le gente è stanca e vuole virare verso percorsi di rinazionalizzazione. Ma il problema è: si può rinazionalizzare democraticamente? La soluzione sta nel garantire in questo percorso la partecipazione dei dipendenti e degli utenti. Tutto questo rimette all’ordine del giorno temi fondamentali come democrazia diretta, democrazia partecipativa, diritto al lavoro, microimprese come risposta alla globalizzazione; ma contemporaneamente dimostra l’esistenza di alternative, di riposte, di altre forme di maneggiare l’economia.”

Indipendentemente da tutti i cappelli che le furono messi, l’occupazione operaia -o “recupero” come i lavoratori argentini lo hanno chiamato- dei luoghi di lavoro venne realizzata in più di 200 fabbriche di tutto il paese con rispettive scale occupazionali che andavano da 10 sino a 800 dipendenti.

Sequestrati con misure di fatto ai padroni i “loro” mezzi di produzione, le “loro” materie prime, i “loro” edifici, eccetera, i lavoratori iniziarono a gestire la produzione nel suo complesso: salari, organizzazione interna, commercializzazione, tutto era nelle loro mani.

Nel vuoto di potere che caratterizzò il paese in quel periodo del 2001-2002, si crearono inoltre “degli spazi politici” per applicare alle fabbriche occupate gli equivalenti argentini degli articoli 41, 42, 43 e 46 della Costituzione italiana.

Naturalmente, quando la composita ma “convincente” ed operativa “comunità internazionale” nella sua componente politica e finanziaria, capì, e decise, che il “vuoto di potere” doveva essere nuovamente riempito dalla borghesia argentina, i vecchi padroni e le vecchie interpretazioni costituzionali e legali rientrarono senza colpo ferire. Di “recuperi”, all’oggi, ne sopravvivono due, ormai totalmente o parzialmente omologati: ovvero, rispettivamente, l’Hotel Bauen a Buenos Aires, con 47 dipendenti e la fabbrica di ceramiche Zanon a Neuquen, con 400 dipendenti.

Vi è un obbligato raffronto tra l’esperienza di espropriazione praticata dai lavoratori argentini e la sintesi scientificamente costruita da Engels che tratta delle condizioni imprescindibili per la espropriazione operaia dei mezzi di produzione dei capitalisti:

Il proletariato s’impadronisce del potere dello Stato e anzitutto trasforma i mezzi di produzione in proprietà dello Stato.

Anche una parte della “ovvietà” dell’inizio si vede così precisata nel contenuto e nel metodo. Per rovesciare i vecchi rapporti di produzione e dunque poter davvero espropriare, bisogna prima rovesciare la vecchia sovrastruttura, non l’inverso.

La nostra debolezza non ci permette di commettere errori: a cominciare dal livello delle parole d’ordine.

Insomma, la cosa è chiara. Anche in un contesto di forte crisi capitalistica, incluso in presenza di un clima quasi preinsurrezionale come in Argentina, e comunque si parta nel “ciclo ricorsivo”, cioè: dalla Stato al privato (parte sana dell’impresa statale che va ai capitalisti) o dal privato allo Stato (indennizzi “fuori mercato” ai capitalisti), la lotta per l’emancipazione delle classi subalterne non farà per questi cambi interni al capitalismo monopolistico di Stato un solo passo avanti.

Questa “diagnosi” è (con sufficienza), dichiarata esatta da tutti coloro che sviluppano la loro lotta politica partendo da una analisi di classe. A partire da questa comune “diagnosi”, e limitandoci ovviamente al tema in oggetto, quella parte di organizzazioni comuniste che fa propria la soluzione “nazionalizzazione” (caso Ilva), è necessariamente obbligata a sfornare due puntualizzazioni in sequenza, ovvero che:

– la soluzione della “nazionalizzazione” deve essere considerata una parola d’ordine “tattica”;

– lo sviluppo di questa parola d’ordine, vista anche la debolezza comunista, va incernierato alla Costituzione (cioè, in particolare agli Articoli già citati), partendo dal supposto gradimento che la Costituzione stessa riceverebbe da una parte consistente delle classi subalterne.

Ma la scelta della “tattica” di tipo operativo (non ideologico, come fascismo-antifascismo) è funzione dei rapporti di forza e dunque per puntare seriamente sulla applicazione “tattica” operativa della Costituzione bisognerebbe essere in quei rapporti di forza che la Costituzione produssero; non certo in quelli in cui ora ci troviamo.

Vi è un raffronto utile da fare attraverso Vo Nguyen Giap -per fare un esempio estremo, e quindi meglio comprensibile, di lotta di classe- per situazioni rette da rapporti di forza assolutamente squilibrati del come “sia possibile vincere il più forte col più debole ed il meglio armato con il peggio armato” solo partendo dalla impostazione strategica di una “guerra di guerriglie” per arrivare poi alla decisiva “guerra di movimento”.

Per questo, nella compatibilità della esemplificazione utilizzata rispetto ai rapporti di forza e delle leggi della lotta di classe, oggi, le parole d’ordine devono essere generate e combattute in funzione di obiettivi concreti raggiungibili.

La borghesia continua a mantenerci in una fase di “guerra di guerriglie” politica e di conseguenza le pratiche di populismo ed opportunismo elettorale, le uniche che razionalmente giustifichino la linea della (ri)“nazionalizzazione”, necessariamente espresse attraverso parole d’ordine generali, non fanno che rafforzare il muro di separazione esistente tra noi e la classe impedendoci di crescere realmente nei rapporti di forza rivoluzionari.

Il contributo soggettivo o collettivo alla ripresa di questa crescita, stando con convinzione nell’altra parte di organizzazioni comuniste, passa anche da un ineludibile confronto sulla saldatura della catena teoria-prassi, iniziando secondo questa sequenza.

Cellula Comunista Rivoluzionaria nel Coordinamento Comunista Toscano.

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