CONTRIBUTI DALL’URUGUAY E DALL’ARGENTINA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DEL PRIGIONIERO POLITICO PALESTINESE

CONTRIBUTO DEL MOVIMIENTO REVOLUCIONARIO ORIENTAL-URUGUAY

Cari compagni, mandiamo un saluto da questo piccolo angolo dell’America Latina. Questa giornata dovrebbe essere di grande importanza per tutti coloro che lottano per la causa palestinese. Migliaia di uomini e donne affrontano le peggiori sofferenze nelle prigioni del sionismo o sono brutalmente assassinati dall’esercito. Ma sicuramente sono in prima file nella loro lotta per una Palestina unica e socialista. Questi esempi di coraggio, dignità e coerenza che il popolo palestinese e le loro organizzazioni rivoluzionarie ci danno di giorno in giorno, sono fari luminosi tra tanta mediocrità, ottenuta utilizzando i vecchi dirigenti politici oggi trasformati in lacchè servile dell’imperialismo e lo spregevole sionismo. Con il chiaro esempio di Ahmad Sa’adat e altri leader del PFLP che non si arrendono a dispetto della sofferenza cagionata da condizioni sempre peggiori di isolamento, eleviamo la nostra voce nel giorno di prigionieri politici palestinesi al grido di:

Rilascio immediatamente di tutti i prigionieri politici palestinesi.

Ritiro immediato dell’esercito Sionista da tutti i territori occupati.

Lo smantellamento di tutti gli insediamenti irregolari e di tutte le prigioni del sionismo.

Immediato ritorno di tutti i profughi palestinesi.

Incondizionata solidarietà con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.

Per una Palestina unica e socialista.

MOVIMIENTO REVOLUCIONARIO ORIENTAL

En la COORDINADORA GUEVARISTA INTERNACIONALISTA

LE RELAZIONI DELL’URUGUAY CON IL SIONISMO

L‘aspetto político

In Uruguay l’aspetto politico ha sempre mantenuto una politica allineata all’imperialismo e il sionismo. I partiti tradizionali, partito Colorado e Partito Nazionale, che hanno successivamente occupato il governo fino al 2005, mantenendo sempre una politica di sostegno chiaro e aperto alla politica Sionista. Il Fronte Ampio (coalizioni socialdemocratica), che si era  stato caratterizzato alle sue origini come una forza politica con posizioni anti-imperialiste, ha dimostrato di aver assunto in pieno le linee dei governi precedenti che, senza alcuna esitazione, seguono da vicino la linea politica che segna l’imperialismo, e quindi il sionismo. Infatti, nel luglio 2008, il primo presidente uruguayano Tabaré Vázquez, Uruguay per il Frente Amplio, esegue un viaggio ufficiale in Israele, dove chiaramente afferma il suo impegno a rafforzare i legami con il governo di quel paese. Sebbene nei suoi discorsi, il Fronte Ampio mantiene una certa distanza (molto lieve)  dai partiti tradizionali, negli atti di governo ha mantenuto e rafforzato ulteriormente il legame con il governo sionista, in particolare nei settori della sicurezza. L’attuale governo di José Mujica (storico leader del Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros, la principale organizzazione armata della decade del 70), ha continuato e approfondito le politiche pro-imperialiste del suo predecessore Tabaré Vázquez, e ha cercato un maggiore avvicinamento anche con il governo israeliano. Anche se in qualche momento c’è stata una divergenza, come nel caso di un voto del Consiglio di sicurezza DELLE NAZIONI UNITE sulla situazione dei diritti umani in Palestina,  è stata piuttosto l’eccezione. Naturalmente, i partiti tradizionali approfittano di queste situazioni per differenziarsi e indicare chiaramente il loro totale allineamento alla politica sionista, segnando la forte influenza che la stessa ha in questi settori. Tuttavia va tenuto presente che queste differenze sono completamente secondarie, l’intero spettro politico uruguayano, che ha rappresentanza parlamentare, dalla destra più recalcitrante fino il riformismo frenteamplista, è totalmente impegnato a mantenere l’alleanza dell’Uruguay con Israele e la sua politica sionista.

L’aspetto economico

Questo non è l’aspetto centrale dell’influenza sionista nel nostro paese, ma, tuttavia, vi è una storia di accordi di natura economica che hanno rafforzato i legami politici tra i paesi. Il 23 dicembre 2009 è entrato in vigore l’accordo di libero scambio per Israele e Uruguay che è stato firmato nel 2007, insieme con gli altri membri dei paesi del Mercosur. Tra gli antecedenti di questo accordo ce ne sono diversi, tra cui possono essere menzionati  l’accordo commerciale firmato dai due paesi nel 1949, il Trattato di commercio e di navigazione, firmato nel 1958, l’accordo commerciale del 1968, l’accordo per la Promozione e protezione reciproca degli investimenti del 1998 e l’accordo quadro del commercio nel 2005.

L’aspetto ideologico

In Uruguay c’è un gran numero di istituzioni di tutti i tipi, che sono impegnati a diffondere l’ideologia del sionismo e a difendere la politica dello stato di Israele. La quantità sorprende per la sua estensione se si tiene conto della piccola dimensione dell’Uruguay e della sua popolazione.

L’elenco delle istituzioni è il seguente:

A Montevideo

Ajim Rajmonim

Amigos de Histadrut-Rabin

Amigos de Israel

Amigos Universidad de Tel Aviv

Amigos Universidad Hebrea de Jerusalem

Asociación Cultural I. L. Peretz

Asociación Deportiva Hebraica y Macabi del Uruguay

B’nai B’rith del Uruguay

Casa de Cultura Mordejai Anilevich

Centro de Segunda Generación

Centro Recordatorio del Holocausto

Comité de Entidades Femeninas Israelitas del Uruguay (Cefidu)

All’interno del paese:

Comunidad Israelita de Punta del Este y Maldonado (Cipemu)

Sociedad Israelita de Paysandú (Sipay)

Consejo Uruguayo de Mujeres Judías

Departamento de Hagshamá

Federación Juvenil Sionista

I movimenti giovanili che compongono le federazioni della gioventù Sionista

Betar

Bnay Akiva

Habonim Dror

Hanoar Hatzionit

Hashomer Hatzair

Jazit Hanoar

Macabi Tzair

Fundación Tzedaká Uruguay

Hillel House

Hogar de Ancianos Israelita

Istituzioni Educative:

Escuela Integral Hebreo Uruguaya-Instituto Ariel Hebreo Uruguayo

Instituto Yavne

Universidad ORT

Keren Kayemeth Leisrael

Maguen David Adom

Na’amat

Nativ

Organización Sionista del Uruguay

Wizo Uruguay

Tutte queste istituzioni sono raggruppati nel Comitato Centrale Israelita dell´Uruguay che mantiene una costante attività politica, realizzando una lobby all’interno del sistema politico, sia governativo che dell’opposizione parlamentare, nonché agendo attraverso i media, a difesa della politica Sionista e diffondendo la sua ideologia.

L’aspetto repressivo

In questo aspetto, il punto essenziale è che la politica di sicurezza dell’Uruguay (come tutto il resto della nostra politica) è pienamente in linea con la politica imperialista e di conseguenza anche il sionismo. I punti focali della lotta contro il terrorismo, il traffico di droga, la sicurezza interna, utilizzati pretesto per mettere a punto dei meccanismi di repressione contro qualsiasi tentativo di lotta popolare, sono quelli che guidano le azioni delle forze repressive uruguayane e, in questo senso, la cooperazione con Israele è centrale. I governi che si sono succeduti nel nostro paese hanno rafforzato l’influenza israeliana,  nell’addestramento, l’equipaggiamento e  operatività delle forze repressive uruguayane. L’attuale governo dell’Uruguay ha espresso particolare preoccupazione per istituzionalizzare la presenza di Israele in questi settori, con la firma di trattati di cooperazione e di un fluido scambio tra le più alte autorità dei governi. Nell’ottobre 2010 il ministro dell’Interno del Uruguay, Eduardo Bonomi (leader e responsabile della formazione marxista dei quadri del MLN-T nelle carceri della dittatura), ha firmato in Israele con Yitzhak Aharonovich, Ministro della Pubblica Sicurezza di questo paese un Accordo di Cooperazione su Questioni di Pubblica Sicurezza. In aggiunta alla firma dell’accordo di cooperazione, ci state le visite e incontri con la polizia, sicurezza, servizi  e industrie correzionali, un appuntamento con il Ministro della pubblica sicurezza di Israele, con il Capo della Polizia Dudi Cohen, il Capo della Polizia Penitenziaria e il direttore del carcere, tra gli altri. Nel 2011 il ministro della difesa dell’Uruguay Eleuterio Fernandez Huidobro (fondatore e leader storico del MLN-T) “ha ricevuto l’Ambasciatore Plenipotenziario dello Stato di Israele, Yossi Peled, dove si sono scambiate una visione della cooperazione nel campo della tecnologia, informazioni di intelligence, sulle grandi questioni in materia di sicurezza e di difesa (…)A questo proposito, alcuni dei temi trattati nel modulo di affrontare la lotta contro il traffico di stupefacenti, la sicurezza emisferica ( …)Durante la riunione sono state esaminate le questioni a livello globale e regionale con l’obiettivo di esplorare possibili accordi nel settore della cooperazione reciproca tra i due paesi (…)”. L’idea è chiara, cercare di istituzionalizzare pratiche che sonogià in atto e che comportano un lavoro comune molto sviluppato tra le forze di repressione  uruguayane e sionista. Ovviamente non è possibile l’accesso ai dati pubblici, ufficiali, circa i dettagli di questa “cooperazione”, ma si può dire senza il minimo timore che oggi Israele è uno dei principali, se non il principale, responsabile per l’attrezzatura e la formazione delle forze repressive uruguayane e che vi è una forte connessione tra le agenzie di intelligence dei due paesi.In sintesi, la lotta contro la barbarie sionista è internazionale. Solidarietà con il popolo palestinese e le loro organizzazioni attraverso la lotta contro il sionismo e i suoi lacchè nei nostri paesi e l’inserimento nella causa di campagne internazionali.

L’IMPERIALISMO SIONISTA IN ARGENTINA.

Comunicazione del Fronte d’Azione Rivoluzionaria dell’Argentina per l’iniziativa di solidarietà con il Prigioniero Politico Palestinese del 17 aprile in Pisa

 

L’ ingerenza sionista in Nostramerica e particolarmente nel nostro paese è da decenni, con quella dell’imperialismo yankee, di un peso sostanziale. Negli ultimi anni, sotto la direzione del governo kirchnerista, questo peso è però aumentato sia come subordinazione dei funzionari statali alle necessità sioniste che nella presenza di politici sionisti nello stesso governo argentino.

Il fatto che la campagna elettorale del 2005, vinta da NéstorKirchner, fosse stata fondamentalmente finanziata da capitali sionisti ed appoggiata da infrastrutture sioniste, marcherà in maniera evidente  le future relazioni politiche tra kirchnerismo e sionismo. Il risultato iniziale più visibile di questo matrimonio, fu l’entrata,permessa dal governo argentino,del gruppo Eskenazinella (già) Impresa Nazionale Petrolifera (YPF) privatizzata a favore del monopolio spagnolo Repsol. Il gruppo Eskenazi, sempre con l’aiuto del governo kirchnerista, ottenne in forma graduale il 25% delle azioni, che tutt’ora mantiene. È pur vero che questa situazione non resterà eternamente stabile perché la crisi economica e la terribile carenza energetica potrebbero obbligare Cristina Fernández de Kirchnera “riavvolgere” la sequenza dei fatti.

Ci sembra opportuno ricordare come la intelligenza politica del kirchnerismo sia consistita nel “leggere” adeguatamente la situazione partorita durante e dopo i fatti del 2001. Ciò gli ha permesso di mettere mano alla ricostituzione, anche attraverso la  utilizzazione di un ciclo economico favorevole, della credibilità istituzionale borghese. In questa “lettura” c’è anche l’uso spregiudicato della cooptazione di Organizzazioni e militanti popolari;una soluzione tattica portatrice, per il governo, di risultati eccellenti ed alla quale venne dato il nome di “trasversalità”. Ad essa si  affidò  il recupero della adesione popolare ad un “rinnovato” bipartitismo storico, così come si conosce in Argentina.

La soluzione tattica della “trasversalità” fu messa a punto dalla intellettualità “dura” del kirchnerismo -e qui torniamo ai suoi rapporti organici con il sionismo-   in un ricco complesso edilizio ubicato nell’elitario quartiere degli affari, Puerto Madero, della città di Buenos Aires, che non fu né affittato né comprato da NéstorKirchner, ma che gli fu semplicemente regalato da un intimo amico del suo intorno: Eduardo Elsztain. Elsztain,oltre ad essere un sionista totale, è un capitalista argentino che ha le mani in molti affari: presidente e maggiore azionario del gruppo IRSA (investimenti immobiliari, fondiari e agropastorali), padrone della catena Shopping, membro del Direttorio Endeavor, presidente della Banca Ipotecaria e tesoriere del CONSIGLIO MONDIALE EBREO.

Altro capitalista influente nel governo kirchnerista è Marcelo Mindlin, che assieme a Elsztain, è stato per dieci anni il braccio operativo in Argentina di George Soros, altro grande stratega della “trasversalità”.

L’incidenza del sionismo, come inizialmente detto, era presente anche durante la dittatura militare. Il libro di HernánDobry recentemente pubblicato -“Operazione Israele: il riarmo argentino durante la dittatura 1976-1983”- rivela una preoccupante fotografia delle relazioni tra lo Stato sionista e l’Argentina, in particolare durante la guerra delle Malvinas.

La presenza politica del sionismo con quadri suoi propri direttamente nel governo argentino è dimostrata dall’attuale ministro degli esteri HéctorTimerman “cristinista” della prima ora che fu, tra l’altro, direttore del giornale “La Tarde” che nei primi mesi della dittatura (marzo-agosto 1976) condannava l’”estremismo” e la “sovversione” appoggiando il governo golpista ed i generali fascisti come Domingo Bussi. L’identità sionista di Timerman è pubblicamente conosciuta; mai smentì l’informazione apparsa su “Clarín” che lo segnalava colonnello ad honorem del “Mossad”. Il sociologo nord americano James Petras, in una intervista del 2010, denuncia come: “Timermansia il collegamento tra il sionismo statunitense ed Israele da una parte, e la politica argentina dall’altra. Con la sua nomina prima ad ambasciatore argentino in Washington e poi a ministro degli esteri, sempre per opera della signora de Kirchner, Israele possiede ora, di fatto, un funzionario a tempo completo infiltrato in un ruolo ed in un paese entrambi strategici. Quando Timermanrivestiva la carica di ambasciatore si muoveva in maniera che sarebbe stata vergognosa per qualunque altro funzionario del suo rango, perennemente ed esclusivamente occupato con e per gli affari dei sionisti statunitensi. È un problema che prima o poi si scontrerà con le politiche della America Latina”.

Oltre ai “trattati di libero commercio” (TLC) firmati tra Israele e MERCOSUR, Argentina è un enclave privilegiato per il sionismo. Nel novembre dell’anno passato l’OSA (Organizzazione Sionista Argentina) assieme alla Delegazione di amicizia Israelo-Argentina (DAIA) realizzarono un atto pubblico in un teatro di Buenos Airessotto il titolo: “Realizzando Sionismo”. A questa iniziativa sionista parteciparono il ministro degli esteri, il sindaco Mauricio Macri (che in precedenza aveva cooptato un ex-militare dell’esercito israeliano ad una alta carica della polizia municipale) ed altri vari alti funzionari governativi. Una partecipazione più che eloquente.

Questa è la realtà che promuove la persecuzione politica e giudiziaria contro la nostra Organizzazione. In Argentina denunciare i crimini del fascismo sionista significa affrontare in scontro diretto la bestia imperialista. Dal 2009 tutte le Organizzazioni del sionismo locale “lavorano” per rendere illegale il FAR ed incarcerare i suoi militanti; chiedono per noi un castigo esemplare, perché non ci inginocchiamo ma li affrontiamo, perché sanno che la forza che ha un popolo quando decide di resistere all’oppressione imperialista è inarrestabile.

Dal Fronte di Azione Rivoluzionaria salutiamo l’attività delle BRISOP e delle altre Organizzazioni, riaffermando il nostro impegno nella lotta per la libertà di tutti i prigionieri politici che si sono opposti all’oppressione! La nostra più assoluta solidarietà con il Popolo Palestinese e con la sua indistruttibile lotta contro il colonialismo sionista!

Compagni, tutta la nostra azione continua ad essere un grido di guerra contro l’imperialismo.

Per la unità ed il socialismo

FRONTE DI AZIONE RIVOLUZIONARIA – nel Coordinamento Guevarista Internazionalista.

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SINTESI DELLA INIZIATIVA DI SOLIDARIET​À CON I PRIGIONIER​I POLITICI PALESTINES​I – PISA 17 aprile 2012

L’iniziativa del “giorno della solidarietà con il prigioniero politico
palestinese” realizzata da Cobas Pubblico Impiego-Pisa, Collettivo 25
Aprile, Unione Democratica Arabo Palestinese-Toscana (UDAP),
Associazione di Amicizia Italia-Cuba del Circolo “Camilo
Cienfuegos”-Pisa, Brigate di Solidarietà e per la Pace (BRISOP), è
stata definita come il primo passo di un percorso che, sulla base
della congiuntura economica e politica che le classi subalterne vivono
quotidianamente, contribuisca alla ripresa della “battaglia delle
idee” per costruire solidarietà internazionalista, solidarietà di
classe, progetto di superamento del capitalismo. È infatti sin troppo
evidente come la strategia che il capitale finanziario globalizzato
implementa per cancellare i diritti e la libertà delle masse
lavoratrici europee sia strettamente coniugata a quella che applica
attraverso la presenza dello Stato sionista contro i popoli dell’area
Medio Orientale e specificatamente contro quello palestinese.
Queste conclusioni generali sono state sostanziate attraverso i
contributi dei distinti compagni/e presenti, che a seguito
sintetizziamo estremamente.

• Il compagno dei Cobas ha appunto focalizzato l’aspetto
contemporaneamente specifico e generale dell’iniziativa di
solidarietà, in qualche modo anche “nuova” perché prodotta dai fattori
complessivi di crisi capitalistica che conosciamo e che fissano una
situazione di potenziale forte scontro di classe. È in questo contesto
che l’iniziativa va vista come un primo passo di un articolato
percorso.

• Il compagno palestinese dell’UDAP ha sottolineato l’importanza di
produrre solidarietà con i prigionieri politici palestinesi che, in
condizioni carcerarie subumane, hanno deciso di ribellarsi
innanzitutto al silenzio che è calato sulla loro condizione e sulla
loro giusta lotta. I prigionieri politici sono di fatto riconosciuti
come avanguardie di un popolo che è a sua volta prigioniero,
prigioniero del sionismo e del contesto internazionale che lo appoggia
contro il diritto stabilito. La lotta per la libertà dei prigionieri
s’inserisce sì nella lotta per la nazione palestinese ma anche nel più
generale progetto anticapitalista ed antimperialista. Il contesto
della Regione Medio Orientale e Nordafricana è quello di nascenti
ribellioni popolari che i sionisti ed il capitale finanziario
globalizzato vogliono fermare; in questo quadro va vista la spinta
imperialista per aggredire la Siria e per questo occorre schierarsi.
Il compagno palestinese si è detto convinto della necessità di una
qualche iniziativa a favore del popolo siriano e ha indicato alcuni
passi che potrebbero essere opportuni.

• Le BRISOP hanno dichiarato la totale condivisione dell’impostazione
generale data alla iniziativa ed hanno sottolineato come occorra
impegnarsi per la riuscita della commemorazione della Naqba, attività
durante la quale si realizzerà un collegamento video-audio tra
Organizzazioni popolari dell’America Latina e i compagni palestinesi
che darà anche un senso fisico alla lotta che non ha ormai più
frontiere e che pone il problema di una società socialista. Le BRISOP
hanno inoltre affermato di concordare con la necessità di realizzare
forme di solidarietà con il popolo siriano e denunciare
contemporaneamente le insostenibili menzogne dei media italiani; su
questo tema propongono un apporto collettivo e hanno presentato una
ipotesi di appello

• Il “Camilo Cienfuegos” e “25 Aprile” hanno affermato che i tempi
sono maturi per “rimettere sul tavolo” la necessità di superamento del
capitalismo e concordano sulla necessità di schierarsi
sull’aggressione imperialista alla Siria (ben al di là del falso
problema circoscritto su Assad) ricordando che le menzogne mediatiche
focalizzate ora su questa nazione riguardano in modo ugualmente
importante anche Cuba e l’America Latina.

CONCLUDENDO I COMPAGNI/E PRESENTI ASSUMONO:

- di rafforzare l’impegno perché la commemorazione del giorno della
Naqba sia pubblicizzata quanto possibile e sia utilizzata la presenza
virtuale di Organizzazioni rivoluzionarie per iniziare uno scambio
sulle situazioni, sulle necesità e sulle prospettive;

- di sviluppare la riflessione politica ed operativa sulla costruzione
di una missione di solidarietà con il popolo siriano (in Siria) nei
prossimi mesi, focalizzando in un sit-in all’ambasciata di questa
nazione a Roma un passaggio importante per stabilirne concretamente il
percorso e gli incontri.

La chiusura della serata è stata centrata sulla

lettura di due documenti: uno del Fronte di
Azione Rivoluzionaria argentino e l’altro del Movimento Rivoluzionario
Orientale sul ruolo reazionario e criminale svolto dal sionismo contro
le lotte popolari dei rispettivi paesi

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IL RUOLO DEI PROFUGHI PALESTINESI NELLA RESISTENZA. I CAMPI PROFUGHI COME FUCINA DELLA RESITENZA ANTIIMPERIALISTA AL SIONISMO

iNTERVISTA A LEILA KHALED EFFETTUATA DA UNA COMPAGNA DELLE BRISOP AD AMMAN NEL GENNAIO 2013. LEILA KHALED INTERVERRA’ VIA SKYPE ALL’INIZIATIVA DA NOI PROGRAMMATA PER IL 15 MAGGIO

IL RUOLO DEI PROFUGHI PALESTINESI NELLA RESISTENZA.

I CAMPI PROFUGHI COME FUCINA DELLA RESSITENZA ANTIIMPERIALISTA AL SIONISMO

Come dichiarato nella mia biografia (My people shall live, 1973), io
stessa sono una rifugiata palestinese. La mia famiglia viveva ad
Haifa. Fummo scacciati dalla nostra casa il 13 aprile 1948, quattro
giorni dopo il mio quarto compleanno. L’unica altra volta che ho
rivisto Haifa è quando con il compagno Salim Hissawi l’ho sorvolata
dopo aver espropriato un aereo imperialista.
Sono responsabile della questione profughi all’interno del comitato
centrale del FPLP.
Perché la questione dei rifugiati è così importante all’interno del
nostro movimento di liberazione nazionale?
I rifugiati palestinesi in tutti questi anni di lotta hanno avuto un
ruolo importante nella battaglia contro il progetto sionista. E’
naturale dato che i profughi sono lo snodo cruciale del conflitto. Il
loro ruolo è storico, politico, strategico. Una delle nostre
immodificabili rivendicazioni come PFLP è il diritto al ritorno dei
profughi nelle loro case. Perché questo avvenga è necessario lo
smantellamento del progetto sionista e della visione colonialista
occidentale. Come aveva dichiarato George Habash in una intervista: “I
profughi sono il ponte che unisce gli obiettivi tattici e strategici
del nostro movimento di liberazione nazionale, qualsiasi accordo che
non preveda il loro diritto al ritorno è destinato al fallimento”.
Quando parliamo di profughi palestinesi stiamo parlando di cinque
milioni di persone che vivono nei campi nel territorio palestinese o
dispersi all’estero nelle aree dove trovarono rifugio a partire dal
1948. Per sopperire alle necessità di una situazione che si reputava
transitoria, fu creata da parte delle Nazioni Unite una agenzia
apposita per i profughi palestinesi, l’UNRWA. I palestinesi andarono
via dalle loro case portandosi dietro le chiavi…
Presto le condizioni di vita inumane, all’interno dei campi , il
concretizzarsi quotidiano del progetto di sterminio sionista
costituirono l’humus per intere generazioni di guerriglieri. La lotta
assunse diverse forme fino dagli anni cinquanta e si strutturò in
lotta armata a partire dalla contemporanea rivoluzione palestinese nel
1965.
I campi riflettono il crimine commesso dal sionismo e
dall’imperialismo contro il popolo palestinese: quando nel 1948 la
nostra terra fu occupata, noi fummo scacciati con la forza ma rimasero
i testimoni. Lo scopo ultimo del sionismo è di cancellare qualsiasi
forma di memoria di lotta.  I campi profughi sono stati e sono al
centro degli attacchi dei sionisti perché sono la memoria vivente
della Nakba. Ben Gurion, uno dei leader sionisti disse, già nel 1948 a
proposito dei continui massacri e dell’occupazione della Palestina che
non ci sarebbe stato nessun problema con gli arabi perché: “I vecchi
moriranno e i giovani dimenticheranno”. Ma i campi profughi continuano
ad essere la fonte della resistenza, dopo quattro generazioni di
profughi e dopo numerosi tentativi, da parte dell’imperialismo di
porre fine alle rivendicazioni con piani per “risistemare” la
questione.
Dopo la conferenza di Madrid e gli accordi di Oslo è risultato chiaro
per i profughi che c’erano piani per bypassare il diritto al ritorno
sostituendolo con ridispiegamento sul territorio delle nazioni arabe
ed eventuale compensazione, per evitare l’implementazione della
risoluzione 194 delle Nazioni Unite. L’unico modo per affrontare e
sconfiggere anche queste tendenze è rafforzare la resistenza
palestinese, la lotta popolare e l’organizzazione dei profughi ovunque
essi siano, nella Palestina occupata nel 1948, nel 1967 o dispersi
all’estero.
I campi sono stati sistematicamente attaccati, direttamente dai
sionisti o dai governi reazionari arabi (l’esercito libanese ci
affrontò già nel 1973 quando la resistenza palestinese era all’apice):
ricordiamo in Libano il massacro di Sabra e Chatila, l’assedio di
Tel-al Zaatar, la distruzione di Nabatiyeh, in Palestina il massacro
al campo di Jenin nel 2002 e gli attacchi ai campi profughi nella
striscia di Gaza.
Esistono tuttavia condizioni di vita differenti nei campi profughi
all’estero. Come già detto, in Libano la situazione dei profughi
palestinesi è drammatica, gli standard di vita sono inaccettabili e da
parte del governo libanese, fino a pochi mesi fa c’era la proibizione
di effettuare più di settanta tipi di lavoro o di possedere proprietà,
il governo siriano ha invece permesso standard molto più dignitosi e
si è sempre battuto per il diritto al ritorno, rifiutandosi di
integrare i profughi palestinesi come cittadini siriani. Noi siamo
d’accordo con questa politica, l’integrazione come cittadini delle
stato in cui si trovano i profughi è la pietra tombale della
rivendicazione del diritto al ritorno. La Giordania persegue questo
obiettivo, con il beneplacito dell’Occidente e se ne sta parlando
anche in alcuni stati europei come la Germania. Noi come già detto
siamo contrari, lo status di rifugiato si trasmette e deve
trasmettersi di padre in figlio, come la memoria della lotta.
L’anno scorso il giorno della Nakba centinaia di giovani palestinesi
hanno marciato dai loro campi profughi all’estero fino alle frontiere
con lo stato sionista e decine di loro hanno pagato con la vita ma
questo sacrificio è la memoria vivente che il progetto sionista,
seppure sostenuto amplificato dalle potenze imperialiste occidentali e
lungi dall’essere vincente.
Ribadiamo che la nostra lotta non è una mera lotta di liberazione
nazionale ma una lotta senza quartiere contro i piani del colonialismo
imperialista nella nostra area, di cui il sionismo rappresenta
la faccia più atroce. In questo contesto si possono inserire la
guerra all”Iraq e il tentativo in atto di destabilizzare la Siria,
avendo come obiettivo ultimo la riduzione del Libano a colonia
sionista e l’attacco all’Iran. Ma la resistenza di un popolo non si
può cancellare, anche i sionisti possono perdere come ha dimostrato il
Libano nel 2006.
In questo contesto è molto importante la solidarietà di classe
internazionale, dobbiamo opporre un fronte di resistenza comune
all’imperialismo è importante riscrivere la nostra storia senza farla
raccontare al nemico.
Per questo la problematica della memoria della lotta di classe è
fondamentale per noi e il giorno della Nakba assume una estrema
rilevanza

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Nel giorno del prigioniero politico palestinese: solidarietà internazionalista con l’FPLP! Nel giorno della NAQBA: solidarietà internazionalista con il popolo palestinese!

Nel giorno del prigioniero politico palestinese: solidarietà internazionalista con l’FPLP!

 

Nel giorno della NAQBA: solidarietà internazionalista con il popolo palestinese!

Lo Stato sionista è nato, nel maggio del 1948, da una illegittima e banditesca occupazione della terra abitata dal popolo palestinese. A questa rottura della legalità, evidente anche sotto l’aspetto del diritto internazionale, hanno poi fatto seguito l’espulsione, la persecuzione e l’eliminazione politica (e spesso fisica) di ogni singolo palestinese come tale. Tali fatti non possono essere rimossi. Quale sia oggi la politica sionista è cosa nota. Siamo di fronte alla negazione dell’esistenza del popolo palestinese e quindi dei suoi più elementari diritti: terra, casa, educazione, salute. La repressione “giudiziaria” è conseguente con questa negazione. Attraverso leggi liberticide viene criminalizzata ogni forma di dissenso e le carceri accolgono 7.000 prigionieri politici (alcuni di loro anche minorenni) che come unica possibilità di uscire dal silenzio dell’ingiusta carcerazione hanno quella di essere disposti a lasciarsi morire in sciopero della fame. Emblematico il caso del segretario generale dell’FPLP Ahmad Saa’dat, illegalmente sequestrato, sei anni fa, assieme ai suoi compagni di prigionia, dall’esercito di occupazione israeliano. La volontà politico-militare dello Stato sionista di Israele è immodificabile perché risponde alle sue stesse ragioni di sopravvivenza: gendarme sub-imperialista nell’area Mediorientale, mercenario di supporto, a livello globale, delle necessità statunitensi. Ecco perché l’unico obiettivo storicamente (e concretamente) praticabile rimane nelle nostre convinzioni quello di: Palestina Unica e Socialista! (Obiettivo ugualmente ineludibile, del resto, sotto qualunque cielo).

 

Queste evidenze, però e lo sappiamo bene, hanno una scarsa condivisione tra le soggettività appartenenti alle classi subalterne anche se esse dovrebbero, oggi, assumerle per le proprie necessità d sopravvivenza. Le cosiddette lancette dell’orologio della Storia sono state riportate indietro, con ciò cancellando gli insostituibili riferimenti di classe. Mentre prima la legittimità delle lotte dei popoli che combattevano per la propria emancipazione nazionale o sociale erano assunte in maniera convinta, idealmente e materialmente, ora il nemico è riuscito a convincere che ha diritto a combattere solo chi è armato da lui: fuori da ciò si è o terroristi o ancora meglio narcoterroristi. Mentre prima la legittimità e la possibilità di una forma istituzionale che superasse il capitalismo permettendo l’estensione della utilizzazione reale della democrazia alle masse lavoratrici era assunta e dibattuta, ora il nemico è riuscito a convincere che lo sfruttamento e la competizione tra sfruttati sono le colonne di Ercole dell’unica democrazia possibile. Le due coppie di “mentre prima” e di “ora” sono oggi, nella fase di capitalismo finanziario globalizzato nella quale siamo, ancor più interdipendenti. L’analisi di questa interdipendenza va riportata ed aggiornata nella quotidianità delle classi subalterne, indipendentemente da tutto (assieme alla pratica di lotta politica). Si tratta, da subito, di sviluppare senza soluzione di continuità, dovunque sia possibile una “battaglia delle idee” che si sostanzi di multiple componenti: quella dell’informazione e della condivisione sulle/delle lotte dei popoli per la loro emancipazione nazionale e sociale (per respingere con forza l’equazione lotte sociali = terrorismo), quella del recupero della coscienza di classe, quella della ridefinizione e assunzione di un modello sociale opposto, a partire dal suo nucleo genetico, a quello ora dominante, immodificabile e mortalmente ostile alle masse popolari. E questa battaglia va combattuta “vincendo il grande con il piccolo ed il meglio equipaggiato con il meno equipaggiato”. Ecco perché i due momenti di specifica solidarietà individuati nella intestazione di questo appello, fatti propri da noi e da altre realtà politiche, li vediamo anche come necessari fattori sinergici ad un contesto di scontro ideologico aperto, sinteticamente sopra tratteggiato, che imprescindibilmente dobbiamo riprendere. Per materializzarlo nella sua dimensione priva di frontiere, perché il capitalismo finanziario globale le ha distrutte (assieme alle specifiche forme di democrazia borghese nazionale), inizieremo durante l’iniziativa sulla Naqba, un momento di scambio e di riflessione-dibattito con la partecipazione (via skype):

della compagna Leila Khaled, attualmente in Giordania; del portavoce dei “Veteranos de las ex-Fuerzas Armadas Rebeldes” del Petén-Guatemala; del Fronte di Azione Rivoluzionario della Argentina; del Movimento Rivoluzionario Orientale dell’Uruguay.

VI INVITIAMO A PARTECIPARE ED INTERVENIRE:

• il 17 aprile 2012 alle ore 19:00 in via S. Lorenzo 38 (saletta cobas), Pisa, alla iniziativa di solidarietà internazionalista per i prigionieri politici palestinesi. Interverrà il compagno Shokri Hroub dell’UDAP. Brevi informazioni sul ruolo del Mossad in alcuni paesi del continente Latino Americano (Argentina, Uruguay, Cile, Colombia, Guatemala) saranno letti durante l’incontro.

• il 15 maggio 2012 ora e luogo da definire, alla iniziativa di solidarietà internazionalista con il popolo palestinese nel giorno della Naqba con la partecipazione (via skype) di Leila Khaled, Far Guatemala, Far Argentina, Mro Uruguay. Interverrà un compagno della UDAP.

adesioni:

UDAP – Toscana

Collettivo 25 aprile

BRISOP

cCONFEDERAZIONE COBAS PISA

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ALTRI DOCUMENTI DAL V ENCUENTRO

DECLARACION DEL V ENCUENTRO GUEVARISTA SOBRE PROCESO POLITICO URUGUAYO

A siete años de la experiencia progresista en el Uruguay, no se precisa recurrir a opiniones de la
izquierda revolucionaria o el sindicalismo clasista, para definir el modelo económico, sino apelar
a las opiniones de los propios progresistas. “El gobierno del FA no tuvo cambios mayores de la
política económica de los gobiernos anteriores.”

Un modelo capitalista dependiente, neoliberal y fondomonetarista. Un modelo basado en
la inversión extranjera que profundiza el capitalismo, la dependencia y la vulnerabilidad
ante presiones de cualquier naturaleza del capital financiero internacional. El actual modelo
basado en la exportación de productos primarios, hegemonía del capital financiero, creciente
endeudamiento externo, privatizaciones del patrimonio nacional y estatal, entrega de las tierras a
los monopolios sojeros, madereros y mineros, apertura comercial indiscriminada, zonas francas,
exoneraciones tributarias a la inversión extranjera, amnistías fiscales a los agro negocios.

Esta política económica tiene su contracara de una super-explotación de la clase trabajadora,
donde el 80% de los trabajadores no superan los 12 mil pesos de promedio, donde una
cuarta parte de la canasta familiar llega a los 45 mil pesos.El salario mínimo decretado por el
progresismo de 7.200 pesos (360 dólares) son los ingresos de 400 mil trabajadores.Las jubilaciones
de los trabajadores del ayer apenas promedian 9 mil pesos (450 dólares), y sobre una PEA de
1millón y medio de trabajadores, hay 100 mil desocupados, 400 mil trabajadores en negro. El
45% de los niños vive en hogares pobres, hay un núcleo duro de pobreza que llega a las 450 mil
personas y aumentaron los asentamientos precarios, 36 de cada 100 jóvenes no completan su
ciclo básico, 5.500 familias viven del clasificado de la basura, si bien algunos indicadores sociales
mejoraron, por el período de crecimiento sostenido, sin cambiar sustancialmente las condiciones
de explotación y miseria de las mayorías.

El progresismo no solamente ha entregado la soberanía y el patrimonio nacional, sino que se
ha alineado con el imperialismo, haciéndose cómplice en el intervencionismo de Haití y Congo.
Se ha callado ante el genocidio del pueblo palestino y las invasiones criminales imperialistasa los
pueblos de Irak, Afganistán, Libia, Somalía, etc.

En definitiva estos hechos económicos, sociales y políticos prueban, sin ninguna duda, que el
progresismo es funcional al imperialismo y la oligarquía y que, a través del pacto de unidad
nacional con los partidos políticos tradicionales de la burguesía, ha traicionado el programa
histórico y las necesidades mas urgentes de los explotados.

Ante esta situación, común a toda Latinoamérica, al pueblo uruguayo, al igual que a todos los
pueblos sometidos al imperialismo, se les plantea una única alternativa, la lucha por la liberación
nacional, indisolublemente ligada a la lucha por el socialismo.

SOLIDARIDA CON EL PUEBLO DE HATI

Hati fue el primer pueblo de America que logro su independencia del colonialismo Francés.

Hoy se encuentra ocupada por tropas del minustah, formada por Chile, Argentina, Brasil, Uruguay, Paraguay, etc, haciendo de sub-contratista del imperialismo norteamericano, el relevo de las tropas norteamericanas tras las catástrofes naturales que ocurrieron tiempo atrás consolido la ocupación  Haiti debate hoy en dia su existencia como nación, este pequeño territorio americano tiene bajo su suelo grandes reservas de petróleo y gas.

También empresas  multi-nacionales de primeras marcas mundiales( Nike, Adidas, Levis, etc) reduce a trabajo esclavo a la población a gran parte de la misma, pagando salarios miserables, la pobreza exptrema y la ambruna llevan al pueblo a alimentarse con un pan elaborado de tierra mesclada con margarina.

La intención de los gobiernos progresistas, enmarcados en el U.N.A.S.U.R, juegan un papel de gendarmes respecto a la O.T.A.N.

Los gobiernos progresistas de Latino-America festejan sus fechas patrias de independencias, cuando por otro lado envían tropas a OCUPAR nuestro pueblo hermano de Haiti

Exijimos el RETIRO inmediato de las tropas de minustah junto con las tropas Norte-Americanassomo solidarios de las luchas, hacia el camino de su LIBERACION como pueblo.

FURA DE HAITI TROPAS DE OCUPACION  DE LA O.T.A.N Y U.N.A.S.U.R

 

DECLARACIÓN SOBRE LA SITUACIÓN ARGENTINA.

 

 

 

Producto de una de la mas profunda crisis de nuestro país, situación que genero una de las mayores situaciones de desocupación y pobreza, que tuvo como pico máximo en la lucha del pueblo las heroicas jornadas del 19 y 20 de diciembre, tuvo como consecuencia el fin de un modelo que significo la salida de la convertibilidad y el paso a la devaluación.

 

En ese marco y producto del viento de cola de la situación económica internacional, se reactivo la economía con un crecimiento a un promedio del 7% anual, situación que implico la generación de empleo, el mejoramiento parcial de las condiciones de vida y una política de asistencialismo por medio de insuficientes planes sociales. Pero lo que no hubo fue redistribución de la riqueza ya que los distintos sectores de la burguesía imperialista obtuvieron ganancias extraordinarias como pocas veces en la historia.

 

Por otro lado, no se soluciono ninguno de los problemas estructurales. Es decir, el 40% de la clase trabajadora esta en negro, existe un alto porcentaje de desocupación, el 70% de los jubilados cobra un cuarto de la canasta básica familiar, existe un déficit habitacional de 3,5 millones de viviendas, se deterioro considerablemente la educación y salud pública, y casi un 25% de la población vive por debajo de la línea de pobreza. Por eso, a lo largo de estos 8 años, el pueblo trabajador dio innumerables luchas en los distintos sectores: por condiciones laborales y salario, educación, salud cultura, vivienda, dando sobradas muestras de que la rica historia de lucha por la dignidad de nuestro pueblo, sigue intacta.

 

En ese marco, el fin de las condiciones internacionales que dieron aire y posibilitaron el populismo kirchnerista, traen aparejada la caída de la máscara progresista del gobierno nacional. Desde su discurso de asunción, Cristina Fernández se posiciono abiertamente (más que antes), contra todo reclamo salarial y lucha que ponga en cuestión las cuantiosas ganancias capitalistas. El intento de imponer un techo salarial, las medidas ajuste y aumentos en los servicios públicos más elementales y los despidos que se acrecentarán con la profundización de la crisis, dejan claro, si es que todavía alguien no lo vio, cuales son los intereses que defiende el actual gobierno. La sintonía fina es ajuste, represión y deterioro en las condiciones de vida para el pueblo. La protesta contra el saqueo y la depredación de las multinacionales en gran parte de nuestro país y los reclamos salariales que vienen, desde antes de la reelección presidencial, dejaron en claro que nuestro pueblo no se dejará expoliar mansamente y que los triunfos electorales no son cheques en blanco para el ajuste. Y como el gobierno sabe muy bien de esta disposición de lucha, es que la tropa propia de legisladores, incluidos aquellos reformistas “que están a la izquierda del kirchnerismo”, sancionaron la Ley antiterrorista con el objetivo de generar las estructuras legales para intentar contener las luchas del pueblo trabajador por medio de la criminalización de la protesta.

 

Esta nueva etapa, que traerá una creciente resistencia popular, nos encuentra a los luchadores y militantes revolucionarios, con la rica experiencia de las luchas sociales que llevaron a la rebelión del 2001, pero con un importante grado de dispersión en los espacios reivindicativos y fundamentalmente sin un espacio político común de los grupos y organizaciones con intenciones revolucionarias.

 

Esa experiencia de lucha y las perspectivas de mayor sufrimiento para nuestro pueblo, si no superamos la actual dispersión, nos llaman a poner en la agenda política el problema de la unidad, amplia y flexible en la lucha reivindicativa y táctica, pero fundamentalmente a dar los pasos necesarios para la unidad estratégica, entre las organizaciones que abrevamos en el marxismo y sostenemos consecuentemente la independencia de clase.

Forjar espacios de coordinación, de unidad de acción e intervención política común son las tareas que nos impone la hora.

 

Ese es el llamamiento que hacemos desde la CGI y el V° encuentro guevarista y el compromiso que asumimos para continuar en la lucha por la unidad y la revolución socialista.

 

 

 

 

 

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RISOLUZIONI DEL V ENCUENTRO GUEVARISTA INTERNACIONALISTA TENUTOSI A BUENOS AIRES

RESOLUCIONES FINALES.

 

El V° Encuentro Guevarista Internacional, reunido los días 11 y 12 de febrero de 2012 en la ciudad de Buenos Aires, Argentina, ha debatido sobre la crisis capitalista mundial y sus consecuencias en la región y en cada uno de los países de los cuales han participado delegaciones de las organizaciones políticas asistentes.

 

Hemos resuelto que este V° eEncuentro llevara el nombre de “Héroes de Trelew”, en homenaje a los mártires del PRT, Montoneros y FAR que fueran ejecutados el 22 de agosto de 1972, después de la fuga de los presos políticos del penal de Rawson.

 

También hemos decidido sesionar bajo la presidencia honoraria del compañero Ahmad Saadat, secretario político del FPLP preso político en las mazmorras del sionismo.

 

Hemos analizado cómo se profundiza la crisis y cómo la élite de dominación mundial imperialista aplica medidas que significan mayor expropiación a la clase trabajadora y demás sectores explotados a nivel mundial; cómo se lanzan las multinacionales a la depredación desenfrenada de los recursos naturales y las materias primas en los países subdesarrollados con la complicidad de los gobiernos y partidos burgueses, se vistan éstos con ropajes progresistas o no. Para ello se ajustan las legislaciones represivas, aprobándose leyes y coordinaciones antiterroristas a nivel regional, nacional y local, en el intento por parte de la burguesía de chantajear y frenar la lucha de los pueblos y sus organizaciones, sean éstas políticas o sociales.

 

Hemos analizado y discutido sobre la situación de Medio Oriente, donde se han producido rebeliones populares contra gobiernos burgueses represivos, donde el imperialismo ha intervenido en forma política y militar, masacrando y destruyendo las infraestructuras para el posterior desembarco de las multinacionales que multiplicarán el saqueo de las riquezas.

 

Hemos analizado que las señales mostradas por las economías de los países de nuestra región marcan tendencias claras hacia la desaceleración, el estancamiento y la crisis, augurando futuras y masivas luchas populares de resistencia a los planes de ajuste.

 

Hemos analizado y discutido sobre la necesidad de volver a impulsar el internacionalismo militante y la solidaridad con las organizaciones y pueblos en lucha, sobre todo con la vanguardia insurgente en nuestra América Latina representada por las FARC y el ELN de Colombia. Que no es llamando a la insurgencia al desarme que se lograría la paz, sino que el desarme de la vanguardia insurgente es esencial para los intereses de saqueo y expoliación del imperialismo y sus socios locales.

 

Hemos discutido y analizado sobre el papel de nuestras organizaciones ante tales perspectivas. Sobre la necesidad de la búsqueda de caminos hacia la unidad política de los revolucionarios y sobre la necesidad de la formación teórico-política de la militancia de intención revolucionaria.

 

Se han acordado las siguientes declaraciones:

 

De solidaridad con el pueblo palestino y con el FPLP y por la libertad inmediata de Ahmed Saadat

De solidaridad con el pueblo colombiano y con las FARC y el ELN

De caracterización de la situación y del gobierno argentino

De caracterización de la situación y del gobierno Uruguayo

Sobre la situación de Haití y por el retiro inmediato de las tropas de ocupación.

Sobre la situación de Malvinas

Sobre las leyes antiterroristas y por el desprocesamiento y libertad de los luchadores sociales y políticos presos.

Se han acordado las siguientes iniciativas:

Asumir el compromiso político de trabajar en forma conjunta por la unidad política para luchar del campo popular y sus organizaciones

Realizar campañas BDS, boicot, desinversión y sanciones contra el Estado colonial imperialista sionista de Israel

Realizar acciones políticas comunes para el 15 de mayo aniversario de la naqba

Realizar acciones comunes para el 8 de octubre, aniversario de la caída en combate del comandante Ernesto Guevara

Impulsar cursos, charlas y talleres de formación teórica en conjunto tanto en Uruguay, como en Argentina

Asumir en conjunto la lucha contra las leyes antiterroristas, por el desprocesamiento y por la libertad de los militantes políticos y sociales.

 

En este marco las organizaciones participantes del encuentro asumimos la tarea de sumarnos a nivel internacional a la campaña por la libertad de la compañera Karina Germano López, “la gallega” y la libertad definitiva de los compañeros procesados por la misma causa, por la libertad del compañero Carlos Olivera y por el cierre de las causas a los luchadores sociales y políticos. Asumir la campaña en defensa de los compañeros Javier Grigor y de Damián Vekelo de FAR Argentina y de los procesados por denunciar al sionismo. Así como también la defensa del compañero Andrea Gorini de BRISOP Italia encausado por su lucha antifascista.

POR LA LIBERTAD DE LOS PRESOS Y PRESAS POLÍTICAS Y SOCIALES.

 

La profundización de la crisis del capitalismo, muestra a los trabajadores y pueblos oprimidos del mundo la peor cara del imperialismo, las políticas de ajuste, despidos y bajas de salarios, son acompañadas por una creciente militarización de los Estados y cercenamiento de las libertades democráticas y derechos más elementales, que tanto nos ha costado conquistar, son las medidas del imperialismo ante la resistencia de las masas populares a cargar sobre sus espaldas la debacle capitalista.

 

Hoy desde Europa hasta Nuestramérica, los Estados autoproclamados democráticos dictan leyes que contradicen sus propias constituciones, persiguen y encarcelan a miles de luchadores populares. La reciente promulgación del gobierno del “premio Nobel” Obama, de una ley que le permite al gobierno yanqui detener a cualquier ciudadano, sin proceso, defensa y por tiempo indeterminado, nos remontan a los peores años del Macartismo y ha convertido a todo el territorio de EEUU, en un nuevo Guantánamo. Los centenares de presos y presas políticas Vascas en el viejo continente, sometidos a tortura y privados sus derechos fundamentales o la heroica resistencia del pueblo Palestino con sus luchadores confinados en verdaderos campos de concentración Israelíes, que sufren hasta sus niños, nos muestran el futuro de todos los pueblos que luchen contra la opresión.

 

Nuestra región, con los nuevos títeres progresistas y las viejas expresiones políticas de la reacción, avanza por igual en la persecución y encarcelamiento de los luchadores populares, Colombia, Perú y Chile, muestran el futuro de los demás pueblos, con procesos y cárcel a todos los que intentemos poner freno a la bestialidad imperialista, como lo muestran los paquetes de leyes antiterroristas en la región.

 

Ante esta perspectiva, es imperiosamente necesario forjar y fortalecer la más amplia unidad en la lucha por las libertades democráticas y por la liberación de todas y todos los presos y presas políticos y el desprocesamiento de quienes luchamos, en nuestros países y regiones, pero también ejerciendo la solidaridad y aunando esfuerzos con quienes sufren encarcelamiento y luchan por  la liberación de los pueblos en todo el mundo, ya que el imperialismo no se detiene ante ninguna frontera.

 

Este es el llamamiento que hacemos desde la CGI y el V° Encuentro guevarista, a ejercer la solidaridad y la más amplia unidad de acción por la libertad de los presos y presas políticas en todo el mundo.

 

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CONTRIBUTO “BRISOP-ITALIA” AL V° INCONTRO DEL COORDINAMENTO GUEVARISTA INTERNAZIONALISTA. Buenos Aires 11-12 febbraio 2012.

PARTE PRIMA.

 

ANALISI:

▪ attuale fase europea, con cenno ai fattori storici che l’hanno prodotta;

▪ sua proiezione in Medio Oriente

 

1. Crisi del capitalismo o crisi capitalista?

 

Una definizione quanto più possibile chiara delle cause per cui si sta consumando questa crisi economica a livello planetario è fondamentale per poter costruire percorsi di opposizione e resistenza.

In questa fase all’ acuto dissesto a livello globale delle infrastrutture del capitalismo (istituti bancari, associazioni tra stati, singoli governi e imprese) e alla loro capacità di fare sistema, non ha corrisposto un indebolimento dei regimi democratico-liberisti: l’aggressività del capitale e dei suoi più diretti beneficiari si è fatta ancor più brutale e cinica nei confronti delle classi proletarie a qualsiasi latitudine. Questa volta però la portata della crisi, nata esclusivamente all’interno delle politiche neo-liberiste, accettate o imposte in ogni angolo della Terra negli ultimi trent’anni, si è rivolta anche contro le fasce medie della popolazione dei paesi sviluppati, USA e Europa in particolare, che generalmente hanno sempre beneficiato di politiche statali di tipo assistenzialista, populista o socialdemocratico: briciole frutto dell’iniquo scambio tra Nord e Sud del mondo, benessere diffuso e paternalisticamente distribuito per giustificare l’arricchimento e il dominio di una rapace minoranza sul resto della popolazione mondiale. Un benessere che adesso in un momento di crisi economica le élite finanziarie non sono più disposte a condividere.

 

La forza del neoliberalismo sta nella capacità ideologica di fare da ponte e giustificare contemporaneamente sia il capitalismo da sfruttamento, quello dell’estrazione di plusvalore dalla forza lavoro, sia quello, inedito nelle forme, di rapina senza produzione, basato sull’espansione indefinita del debito. Il coordinamento tra le due componenti è nella realtà sempre più fitto: le corporation industriali investono massicciamente in attività finanziarie; i maggiori fondi comuni, dietro cui spesso si trovano delle banche, sono a loro volta i possessori del 50% delle azioni di società operanti in attività produttive. Ma la distinzione concettuale ha un suo fondamento, anche perché contribuisce a definire la capacità di elasticità e adattamento che il sistema ha raggiunto.

 

L’ideologia neo-liberale ha avuto la capacità di essere il cuneo che ha travolto pesantemente le condizioni di lavoro di vastissimi strati del proletariato e della piccola borghesia, attraverso una

ristrutturazione complessiva della legislazione sul lavoro e del welfare. Ciò ha significato una maggiore possibilità di estrazione del plus-valore, a danno della classe operaia, mentre ha intaccato i processi di redistribuzione di cui aveva fino a quel momento goduto la parte più bassa e numerosa della borghesia. La giustificazione “scientifica” di questa operazione a vasto raggio sarebbe l’efficienza del mercato che avrebbe permesso una migliore allocazione della forza lavoro, garantendo quello sviluppo che la stagflazione degli anni ’70, si diceva, aveva bloccato.

 

La situazione reale che si è prodotta è sotto gli occhi di tutti. Nei paesi OCSE, il 10% della popolazione che prima del 1980 concentrava il 30% del PIL, oggi arriva al 50%, mentre la parte residua è disugualmente divisa tra il rimanente 90%. Il welfare, che era l’oggettivazione sia di un certo capitalismo, sia la cristallizzazione dei rapporti tra le classi, è investito di continui pesantissimi attacchi. Le privatizzazioni servono da una parte per fare cassa, coprendo i debiti delle banche e dall’altra per esporre sempre più aspetti della vita delle persone alla speculazione finanziaria. Un debito che a ogni sua inevitabile esplosione viene contabilizzato in enormi profitti per una parte esigua della popolazione mondiale. Le banche, persa ogni loro significativa funzione di intermediari tra il risparmio e l’investimento, sono agenti moltiplicatori della redistribuzione verso l’alto della ricchezza mondiale. Le grandi imprese, sempre meno aperte all’azionariato diffuso, che va riducendosi nel corso del tempo, si alimentano direttamente attraverso forme di autofinanziamento. L’intero processo invece di configurare un momento di debolezza, una reazione alla caduta dei profitti, che in verità erano stati relativamente contenuti in tutta la fase che va dal 1960 al 1980, si svela come un consolidamento di una classe che appare ora come ora più salda che mai.

 

Considerare la crisi che sta investendo gli attori e gestori del capitale come una crisi del sistema potrebbe portare a sottovalutare la repressione, che subiscono miliardi di persone, come un colpo di coda di un corpo agonizzante. La capacità di imporre su scala globale la supremazia di organismi finanziario-economici transnazionali dimostra il contrario. Questa crisi capitalista e la possibilità di scaricarne le conseguenze più disastrose sulle popolazioni, senza veder per questo intaccata la posizione di dominio delle classi imprenditoriali-finanziarie, dimostra proprio come il capitalismo sia più forte che mai e che la crisi, lungi dall’essere considerata uno spasmo di un moribondo, è gestita da mani piuttosto salde. Sotto la minaccia di imminenti catastrofi economiche e del “terrorismo”, governi instabili e classi dirigenti oramai impresentabili giustificano leggi che vanno a colpire i diritti acquisiti dai lavoratori (salari, condizioni di lavoro, pensioni). Conseguentemente la repressione che colpisce impunemente quelle fasce della popolazione, quelle organizzazioni e quei movimenti che si pongono in netta opposizione al sistema liberista, deve essere considerato nello stesso quadro di azione.

 

Ben consapevole della propria funzione di dominatore e della possibilità, dimostrata dalla storia, di poter perdere, il capitale si adegua ai più svariati contesti politico-istituzionali, e cerca i propri emissari senza preclusione alcuna rispetto all’evenienza di utilizzare ed appoggiare qualunque schieramento politico. Anche il meno ovvio dei candidati, diventa un ottimo interlocutore, tanto che la ricerca di fidati funzionari non esclude neppure organizzazioni e soggetti di indubbio passato rivoluzionario non marxista. I governi progressisti, attualmente al potere in molti stati del continente sud-americano, ci stanno a dimostrare la capacità del capitale nel far emergere nuove élite nazionali disposte a gestire gli interessi delle oligarchie nazionali e della finanza internazionale.

 

Naturalmente l’uso spregiudicato di personaggi, ambigui politicamente ed eticamente imbarazzanti, vanno a minare la credibilità dell’intero sistema democratico-liberale. Se in una condizione di relativa stabilità economica e benessere queste figure possono essere tollerate, le stesse diventano incompatibili nel momento in cui vengono imposte alla popolazione drastiche misure di assestamento del bilancio nazionale: taglio della spesa sociale (scuola, previdenza, sanità), privatizzazioni di beni e servizi di interesse pubblico e l’iniquo aumento della tassazione a scapito di

ceti sociali più deboli. Ciò che è avvenuto in Italia con l’instaurazione di un governo tecnico può spiegare la fase di attacco del sistema bancario e finanziario internazionale di fronte alla crisi. Finito il momento di inutili teatrini parlamentari di fronte al collasso dell’Euro e il rischio di insolvenza degli stati (dei debiti contratti con le banche), alla classe politica viene imposto di farsi da parte e sostenere i nuovi manager/tecnici (il presidente del consiglio Monti ha avuto un ruolo di consulente per la Goldman Sachs) per rimettere in ordine i conti. Un vero e proprio “golpe bianco”, incruento nella forma ma nefasto nelle conseguenze sulle classi subalterne. Tutta la cricca parlamentare ha avvallato il governo tecnocrate, che dovrà applicare politiche di austerità e sul quale poi scaricare ogni responsabilità delle misure regressive – economiche, politiche e civili – alle quali i lavoratori dovranno sottostare.

 

2. Articolazione dell’attacco del capitalismo negli ultimi trent’anni.

 

Un decisivo passo a favore dell’egemonia mondiale del capitalismo è stato il crollo dell’Urss e la venuta meno, nel bene e nel male, di un’opzione praticabile alla società liberista. Agli inizi degli anni Novanta, tutto quello che per decenni è stato impossibile sconfiggere viene travolto in pochissimi mesi: già il 1 luglio 1991 veniva sciolto il Patto di Varsavia. Da quel momento lo sforzo dei “vincitori” è stato tutto teso a evidenziare l’impossibilità di una reale alternativa al modello del libero mercato: il modello uscito illeso dallo scontro ideologico del XX secolo.

 

Con la fine del socialismo reale non è venuto a mancare solo un deterrente all’espansione dell’imperialismo ad egemonia nordamericana, è avvenuto qualcosa in più: si è affermata la concezione, anche tra coloro che da sempre si erano candidati a rappresentare le lotte e gli interessi della classe proletaria, che fosse inutile opporsi al capitalismo. Eppure dopo due decenni di incontrastato dominio le politiche neo-liberiste non solo non sono state in grado di dare un’inversione di rotta alle devastazioni sociali, umane e ambientali prodotte da questo sistema di sviluppo, ma hanno reso ancor più precarie e incerte le condizioni di vita di miliardi di persone.

 

Venuta meno la paura sovietica e per mantenere una così ingiustificata supremazia il capitale ha riciclato, e ovviamente stipendiato, le più malleabili forze della sinistra istituzionale e no.

 

La definitiva svolta del Partito comunista italiano (PCI), avvenuta sempre agli inizi degli anni ’90, ma la cui genesi è retrodatabile di qualche decennio, può essere presa a paradigma delle capacità di “persuasione” della classe padronale dirigente. La svolta moderata di molti partiti è l’ulteriore passo in avanti fatto dal liberismo, ma significa anche la mutazione degli obiettivi e dei beneficiari di un grande partito di massa, che sacrifica definitivamente la propria storia, identità e conquiste sociali a favore degli interessi del capitale finanziario europeo.

 

Il nuovo ceto politico si definisce riformista, progressista, democratico, moderato e prende sempre più le distanze dal passato, finendo per rinnegare per poi condannare il proprio trascorso a sinistra. Ovviamente si tratta di soggetti che, cresciuti e formati all’ombra delle battaglie operaie degli anni ’60 e ‘ 70 e ’80, opportunisticamente decidono di non gettare il serbatoio elettorale che detengono e lo utilizzano, questa volta con il beneplacito delle organizzazioni industriali, per candidarsi alla guida dei governi dei rispettivi paesi.

 

La conquista del potere da parte di nuovi gruppi politici ha le sue condizioni e per fare ciò non devono soltanto accettare la sconfitta, ma devono sposare le dottrine liberiste, farsene portavoce e

operare affinché il libero mercato possa essere proposto e imposto come unico modello di organizzazione economico-sociale compatibile con il genere umano. La Serbia di Milosevic fu attaccata dalle forze NATO nel 1999. L’Italia con a capo un governo di centro-sinistra (il secondo nella storia repubblicana italiana) partecipò direttamente con proprie truppe e mise a disposizione le proprie basi all’aggressione militare senza mandato ONU. Per la prima volta da dopo il fascismo l’Italia portava avanti una guerra offensiva.

 

La nuova classe politica nata dalle rovine dei partiti di sinistra si propone come mediatrice e interprete dei bisogni dell’elettorato, ma poi nella realtà dei fatti è la principale affossatrice delle istanze della classe operaia. Il suo attivismo politico, una volta raggiunto il potere, marginalizza e blocca le rivendicazioni sociali considerate troppo oltranziste.

 

Negli ultimi decenni, infatti, ristretti circoli finanziario-aziendali sono di fatto i gestori dei partiti di qualsiasi colore ed hanno reso le strutture tradizionalmente rappresentatrici della classi lavoratrici da interlocutori a organismi organici allo stato borghese. Un cambio di rotta, l’abbandono delle posizioni più riformatrici, che ha finito per considerare anche le conquiste socialdemocratiche, che costituivano il vanto delle regimi democratici occidentali, come privilegi perché non più in sintonia con le nuove teorie economiche. A partire dagli anni Novanta è proprio la sinistra al potere che viene eletta dalla compagine impresaria per avviare un processo di smantellamento sociale e di privatizzazioni. Un processo devastante, che non dovrebbe lasciar più dubbi sullo recrudescenza dell’aggressività della borghesia in questi ultimi anni.

 

Con l’unificazione della Germania di Kohl (1990) l’Europa degli anni Novanta fa del libero mercato e della concorrenza gli assi intorno ai quali rilanciare lo sviluppo economico e politico del nuovo consolidamento europeo. La costruzione dell’Europa di Maastricht (del mercato unico e della moneta europea) ne circoscrive gli obiettivi. Attraverso i mercati e le borse internazionali, e mentre vengono definiti i sacrifici da imporre alle popolazioni per poter rispettare i parametri dettati dalle istituzioni europee, banche e grandi imprese si impadroniscono del nuovo colosso economico.

 

Siamo negli anni in cui lo stato si fa azienda e i partiti diventano club in mano a manager, banchieri, impresari e mercanti di ogni risma. Gli indici delle borse diventano più importanti dello stato sociale, perché definiscono la spesa ed gli investimenti pubblici.

 

Siamo nell’epoca delle privatizzazioni: beni e servizi fino ad allora proprietà e prerogativa degli stati vengono messi sul mercato. In una logica totalmente anti-stato è lo stesso stato che delega alle imprese e alle banche pezzi di sovranità e a prezzi scontati. I vari governi italiani (in questi anni destra e sinistra si alternano senza evidenti segni di discontinuità) e al pari di altri paesi europei, non prendono nessuna precauzione per impedire il passaggio del proprio debito pubblico dalle mani di piccoli creditori/risparmiatori italiani a grosse concentrazioni bancarie straniere. Cosicché le scelte politiche, le manovre finanziarie e gli investimenti pubblici finiscono per essere poste sotto tutela: supervisionate e approvate da organismi economici sovranazionali, prima di tutto devono rispondere alle esigenze (garanzie sul pagamento degli interessi) dei nuovi creditori.

 

Con la nascita di nuovi paesi in Asia e la corrispondente perdita di influenza da parte della ex-Urss, poi ex-CSI ed infine Russia, ha inizio una nuova corsa all’accaparramento di risorse e controllo di nuove aree da parte dell’imperialismo. L’allargamento della Nato all’est europeo (il processo ha inizio nel 1997 con l’adesione della repubblica Ceca, della Polonia e dell’Ungheria) e il più volte proposto scudo spaziale hanno contribuito a destabilizzare politicamente i paesi dell’Europa orientale e le loro relazioni con i vicini (per esempio tuttora tesi restano i rapporti tra Russia e Ucraina sulla questione dei gasdotti). Improbabili associazioni e improvvisati movimenti per i diritti civili, finanziati e politicamente sostenuti da compagnie, fondazioni e governi stranieri hanno dato vita a rivoluzioni colorate (Serbia nel 2000, Georgia 2003, Ucraina 2004, Kirghizistan 2005, ma anche le non riuscite Azerbaijan, Bielorussia e Mongolia tutte tra il 2004 e il 2005) per una ridefinizione filo-occidentale dell’area. La Russia, dopo un iniziale posizione attendista, con la gestione Putin è diventata molto più attenta al mercato e alle “regole” per potersi imporre. I governi a guida Putin, poco disponibili a perdere ulteriori territori, risorse e prestigio, e molto più spesso di quanto non fosse tollerato al periodo sovietico, hanno avviato una nuova politica di potenza a vocazione imperialista: la questione Cecena (iniziata già da Eltsin) e il conflitto russo-georgiano per l’Ossezia (2008) sono un chiaro esempio.

 

Diritti civili e guerra d’aggressione sono l’ossimoro con il quale Stati Uniti e gran parte dell’Europa cercano di penetrare e controllare nuove aree strategiche considerate vitali per le loro ricchezze o per la loro posizione. Negli anni Novanta la nuova metodologia liberista trova applicazione nella guerra: l’Iraq nel 1990 e poi nel 2003, la Serbia nel 1999, l’Afghanistan nel 2001. È la guerra che apre la strada alla nuova democrazia; chi si oppone è uno stato canaglia e può essere bombardato e vedere le sue ricchezze saccheggiate. L’aggressione militare, giustificata da ragioni che niente hanno a che fare con la pace e i diritti umani, non è l’estrema soluzione, ma diventa un’opzione come un’altra. L’intervento contro la Libia, voluto in maniera netta dall’Inghilterra e dalla Francia esattamente all’esplodere della crisi politico-finanziaria in Europa deve leggersi in questa articolazione, così come le continua minacce di intervento contro l’Iran e il tentativo di destabilizzare la Siria.

 

2.1. Proiezione della fase europea in Medio Oriente .

 

Il sionismo, nato in seno ad una frazione della borghesia europea proto-imperialista, con la lungimirante articolazione del suo progetto funge da baluardo degli interessi imperialistici in Medio Oriente, area di interesse geostrategico fondamentale. Tale progettualità ha previsto e prevede , oltre allo sterminio del popolo palestinese, della sua resistenza, anche la cancellazione della possibilità storica di arginare le derive imperialiste. Possibilità che si era data, nelle articolazioni resistenziali del progetto del Movimento Nazionalista Arabo, nato negli anni’50 del XX secolo, al cui interno si formò poi il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e che ideologizzava un’unica nazione araba laica e aperta alle opzioni socialiste. Ovviamente gli stati nazionali più estesi e potenti dell’area, come la Siria e l’Iraq sono stati funzionali agli interessi dell’unione Sovietica nell’area e non sono stati certo immuni da derive populistiche, e da gestioni familistiche del potere, ma l’attacco e distruzione dell’Iraq e il tentativo pluridecennale di attacco alla Siria sottendono anche la distruzione di una progettualità e il monito all’impossibilità storica di praticare opzioni di contrasto al progetto imperialista.

 

Il copione dell’attacco, che si vorrebbe applicare alla Siria dopo averlo applicato all’Iraq e alla Libia è sempre lo stesso: demonizzazione del capo di Stato anche con l’ausilio di media che rispondono ad interessi precisi nell’area, come l’emittente Al Jazeera che risponde agli emiri di Qatar ed Arabia Saudita, creazione di una “opposizione” eterodiretta e palesemente manipolata, armata e gradita agli interessi occidentali. In Siria è la volta del Consiglio Nazionale Siriano, già accreditato presso le potenze imperialiste e pronto a chiedere con la “non fly zone”, l’intervento armato occidentale. Ma attaccare e distruggere la Siria significa ovviamente intaccare e far esplodere gli equilibri del fragile stato libanese, facendolo diventare protettorato sionista e arrivare all’Iran.

È realistico quindi dire che per quanto riguarda la Siria e il Medio Oriente, la partita non è ancora chiusa, anche per gli scontri inter-imperialistici che vedono la Russia e la Cina molto interessate a non far precipitare la situazione nell’area.

Per Egitto e Tunisia paesi nei quali, come già analizzato precedentemente, le rivolte popolari hanno portato alla caduta dei regimi filo-imperialisti preesistenti, resta attualmente la conferma che l’assenza di una organizzazione con un chiaro disegno teso a strategia rivoluzionaria ha portato a riassorbire le richieste popolari delegandole alle uniche formazioni partitiche organizzate, ovvero le organizzazioni di matrice islamica. Anche l’auto-rappresentazione di tali rivolte come “rivolte giovanili”, annullando qualsiasi matrice di classe, ne ha limitato il campo di azione e le potenzialità.

 

3. Capitalismo buono e capitalismo cattivo.

 

Nonostante la capacità di egemonizzare gran parte delle trasformazioni politiche ai vertici degli organismi di potere statale e transnazionale, le élite finanziarie non sono riuscite ha celare le distorsioni sociali implicite all’organizzazione capitalista della società.

 

Che il rapido aumento del divario tra ricchi e poveri, da prerogativa dei paesi poveri del sud del mondo sia diventata una tendenza generalizzata anche ai paesi economicamente più avanzati, è un dato acquisito. Malgrado siano aumentati motivi per “ribellarsi” e la globalizzazione abbia reso possibile una maggiore comunicazione delle strutture auto-organizzate e dei movimenti, tutto ciò è andato di pari passo con la perdita di identità di classe da parte dei proletari, ma anche di molte delle loro organizzazioni. La venuta meno di una visione di classe in una buona parte delle “rivolte” e dei suoi protagonisti contribuisce a rendere meno chiara una definizione del nemico. Potremmo dire quindi che la più grande vittoria del capitalismo dell’ultimo decennio non sia quella di riuscire a nascondere i risultati catastrofici per l’umanità, quanto piuttosto di farli passare come necessari per lo sviluppo liberal-democratico del mondo.

 

L’inclusione di settori appartenenti a categorie “privilegiate” di lavoratori tra le vittime delle politiche neo-liberiste ha incrementato quantitativamente il malcontento. In queste categorie vanno inseriti i dipendenti delle aziende private o degli enti gestori di servizi pubblici, oltre a impiegati e dipendenti pubblici da sempre considerati garantiti. A questi vanno aggiunte la piccola borghesia (sempre timorosa di scivolare verso il basso) e fasce di popolazione di piccoli risparmiatori e piccoli investitori, che in passato hanno effettivamente usufruito più di altri di un benessere diffuso.

 

Questo allargamento della base è stata fatta apparire come dimostrazione del carattere trasversale della crisi. Grazie a questa folle rappresentazione interclassista del dissesto economico globale sono emerse figure e leader – compatibili con le esigenze della borghesia – apparentemente al di sopra delle parti, responsabilmente patriottici ed attenti alle esigenze del mercato. Comunque, espressione delle medesime classi dirigenti, i nuovi volti si sono limitati ad operare sullo stesso tracciato dei predecessori senza evidenti strappi, avallando molto spesso la nuova dottrina neo-liberista (per esempio l’abolizione della legge Glass-Steagall, istituita al 1933 che sanciva la separazione dell’attività bancaria da quella finanziaria, fu decisa nel 1999 dal governo del presidente democratico Clinton; in Italia l’inizio del processo di precarizzazione del lavoro, l’attacco al sistema pensionistico, al sistema scolastico pubblico sono stati frutto dei governi di centro-sinistra). Inoltre il loro attivismo politico è stato indirizzato affinché i riferimenti politici e sociali della dicotomia capitalismo e anti-capitalismo venissero definitivamente azzerati a favore di un infido dualismo: capitalismo buono e capitalismo cattivo.

 

Le nuove facce pubblicamente più presentabili (Obama negli Stati Uniti, i Kirchner in Argentina oppure Monti, l’ultimo arrivato, solo per fare alcuni esempi) si sono affermate in tutti i continenti ed hanno fatto appello alle capacità di innovazione e progresso del mercato, proponendosi come salvatori della patria. Da immobiliare, bancaria e finanziaria, negli Usa la crisi si è allargata all’economia reale – industria e agricoltura – ma non è rimasto esente alcun settore economico. L’avere quindi imputato a pochi ultraliberisti insinuatisi nelle amministrazioni statali come gli unici responsabili (così ha fatto Obama nei confronti di Bush jr.), non è sufficiente a nascondere il loro vero volto di zelanti funzionari della finanza e delle banche. Obama chiama in soccorso la Federal Reserve (FED), la Banca Centrale americana, la struttura privata che emette dollari e che è quindi tra le principali responsabili della speculazione finanziaria. Dall’altra sponda dell’Atlantico la Banca Centrale Europea, anch’essa istituzione privata, offre alle banche europee quasi 500 miliardi di euro sotto forma di prestiti a tassi di favore all’1%. Con la motivazione di rilanciare l’economia reale con prestiti a favore delle famiglie e delle imprese si risolvono i problemi di liquidità degli istituti bancari. Chi emette moneta ha in mano il debito del paese; negli Stati Uniti il 40% circa della tassazione dei contribuenti serve per pagare gli interessi sul debito contratto con la FED. Ricordiamoci invece del trattamento riservato al popolo greco e alle attuali manovre per “salvare” l’Italia.

 

Ai più l’indirizzo intrapreso è evidente: gli stessi uomini da dirigenti di banche e multinazionali passano alla direzione di ministeri e governi, contribuendo alla riformulazione del nuovo ordine mondiale. Attraverso il controllo del debito pubblico, pochi gruppi finanziari e istituti bancari, ai quali è garantita l’emissione di valuta, supervisionano l’attività legislativa dei paesi: definiscono gli investimenti pubblici, incamerano i risparmi della popolazione con fondi pensione e piani assicurativi privati, requisiscono le risorse derivate dalla tassazione dei cittadini a copertura dei propri interessi e costringono i paesi a forti contrazioni della spesa pubblica.

In alcuni casi la necessità di gestire al contempo la rapina delle risorse umane e materiali della popolazione e possibili forme di malcontento diffuso viene placato utilizzando forme assistenziali che, oltre a non migliorare le condizioni materiali dei beneficiari, vanno a minare ulteriormente l’unità di classe degli sfruttati. Negli altri casi sarà il potere giudiziario ad applicare i vari livelli di repressione, potendo far uso questa volta delle nuove categorie di terrorismo e di democrazia. Non si tratta quindi solo di riorganizzazione economica del mondo, perché l’attacco portato avanti dal capitalismo in questo momento coinvolge tutte le dimensioni organizzative – sociali e lavorative – dei popoli. Siamo di fronte al tentativo di estromettere dalla storia la classe proletaria e l’attacco arriva in una fase in cui le condizioni delle organizzazioni antagoniste non sembra delle più favorevoli.

 

Questa è la rotta del capitale. Può navigare tranquillo? Parrebbe di sì. Ma l’ossessiva, e continuamente reiterata ricerca, che ancora manifesta di cancellare dalla storia e dal presente il significato di “classe”, ci suggerisce l’importanza e l’urgenza a riappropriarcene, sia a livello soggettivo che a livello organizzativo.

 

 

PARTE SECONDA.

 

IL COORDINAMETO GUEVARISTA INTERNAZIONALISTA (CGI) NELLA ESPERIENZA BRISOP: BILANCIO E PROPOSTE.

▪ ruolo del Coordinamento Guevarista Internazionalista (CGI) nel dibattito ideologico e nella realizzazione di contatti ed impegni internazionalisti nel periodo 2010-2012;

▪ proposte BRISOP per il 2012

 

4. A che risponde la costituzione del CGI.

 

L’analisi sin qui svolta ha voluto sottolineare -“dimostrare”- che, nel nostro continente, il capitale finanziario globalizzato, lungi dallo stare esalando l’ultimo respiro, è forte; forse come mai non lo è stato. E come questo, di conseguenza, proietti il suo peso nelle “rivoluzioni” nord africane, nel Vicino Oriente e nella Regione in generale, portando complesse difficoltà alle lotte di emancipazione di quei popoli.

 

Il fatto che attualmente questa forza, come già argomentato, derivi al neo-liberismo, anche e soprattutto, dall’avere avuto la capacità strategica di seppellire in un pesante sarcofago la coscienza di classe della classe operaia insieme con la forma organizzativa che la esprime (il partito comunista rivoluzionario) apre, da un lato, alla necessità del recupero della memoria-esperienza del  proletariato, all’aprire cioè quello che potremmo chiamare “fronte ideologico”, per costruire soggettività ed organizzazione rivoluzionaria; dall’altro, a quella, complementare, di gettare le fondamenta per una pratica internazionalista altrettanto coerente.

 

La costituzione del CGI risponde alla decisione di contribuire a soddisfare queste necessità.

4.1. Decisione di aprire un “fronte ideologico” e cenni di riflessione e prospettiva.

 

Come BRISOP-CGI, abbiamo assunto, in funzione di queste considerazioni, la decisione di portare e sviluppare sul territorio in maniera sistematica la battaglia ideologica (battaglia delle idee), nuovamente percepita come uno degli assi strategici dello scontro; decisione, che, fuori dal contesto materiale presente, sarebbe apparsa “assurda” appena tre anni fa. Questo è un dato di fatto, ma non vi è alcun dubbio che al superamento della “assurdità” hanno contribuito in percentuale non indifferente le relazioni, interne al CGI, con i compagni argentini del FAR e gli uruguayani dell’MRO. È appena il caso di precisare che questo imprescindibile recupero ideologico assume da noi, per le conosciute specificità con le quali si è sviluppata la lotta di classe nel nostro paese, un carattere di particolare concretezza; esemplificando estremamente, il recupero non si trasformerà nello strumento magico capace di farci vedere la realtà come vorremmo che essa fosse.

 

Chiaramente la battaglia ideologica, per assumere significato politico, deve necessariamente coinvolgere altri Gruppi, Collettivi, Movimenti e Centri Sociali della nostra regione e non solo (vedi Allegato I ed Allegato II).

 

All’interno di questa decisione, diviene così finalmente organica anche la lotta, ideologica  e culturale,  contro due distinte e separate tendenze presenti sia “nell’acqua dove stiamo attualmente nuotando”, la seconda attiva “in altre, circostanti e vicine” .

 

Con la prima intendiamo il “postmodernismo (negrismo)” che costituisce oggi un fattore di freno e di confusione -nella “teoria” e nella prassi- per il soddisfacimento di quelle accennate necessità che sono le condizioni necessarie per il superamento del capitalismo, al quale, comunque, non è ormai più interessato. Nel percorso di inserimento nell’ambito della compatibilità con il sistema capitalistico è passato dalla negazione della classe alla collaborazione di classe.

Dissolvere la fumosa ambiguità nella quale questo dato di fatto rimane nascosto, è dunque, nello specifico contesto, l’obiettivo, che, se raggiunto, libererebbe alcune energie rivoluzionarie.

 

Con la seconda intendiamo ciò che in Centro America chiamavamo “el primer escalón operativo de la CIA”, cioè quella ambigua ma conosciuta ed incensata componente della cosiddetta “società civile” denominata “organizzazione non governativa” (ONG).

In effetti, e come da noi già dimostrato, la madre di tutte le ONG altro non è che la USAID e la sua “filosofia” rimane vincolante per tutte le accezioni istituzionali di “volontariato internazionale” che, concretamente, intercetta un massiccio “internazionalismo” neo-liberista. Nella guerra senza quartiere del capitale contro i popoli, sono infatti le ONG a fare da testa di ponte per la penetrazione imperialista e la sua guerra guerreggiata..

Accanto a questi dati oggettivi ne esistono però almeno due soggettivi:

- molti giovani delle classi subalterne in Italia ed in Europa pur possedendo “ assetti” personali anticapitalisti ed antimperialisti vengono “reclutati” dalle ONG, trasformandosi così in fattori di stabilizzazione di quello stesso “sistema” che vorrebbero cambiare;

-  molti soggetti “beneficiati” dalla Cooperazione Internazionale, oltre a costatare in maniera definitiva la sua voluta inadeguatezza per toglierli dalla la miseria ed emarginazione, hanno pure verificato la politica di colonizzazione ideologica da essa praticata per disgregare la coesione dei movimenti popolari o resistenziali.

Sulla base di queste contraddizioni, la denuncia costante del ruolo delle ONG, l’indicazione di poter alimentare “dal basso” una “Cooperazione Rossa”, lo sviluppo di relazioni dialettiche con i due tipi di soggettività ora evidenziati,  si sostanziano, nello specifico contesto, nell’emersione di un’area in disputa che ha l’obiettivo di liberare “uomini e risorse” per le lotte di emancipazione popolare.

 

Come CGI dobbiamo inoltre valutare molto positivamente il fatto, legato al permanente dibattito ideologico al nostro interno, di essere riusciti a contenere e poi sconfiggere la linea politica associata a Roberto Martino, ex-dirigente FAR alla cui costruzione egli aveva senz’altro contribuito. La linea che Martino pretendeva imporre -apparentemente maturata durante la sua carcerazione (maggio 2010-maggio2011)- avrebbe stravolto i principi fondanti di questa Organizzazione marxista e leninista. Tale linea, infatti, teorizzava, per l’Argentina come per gli altri paesi del continente americano, la conquista della sovranità nazionale come il primo e più importante obiettivo strategico al quale subordinare tutta l’attività politica del FAR.

 

4.2. Aspetti di internazionalismo: i fondamenti.

 

Da sempre abbiamo sostenuto come condizione imprescindibile l’esistenza di una struttura politica che legasse concretamente le lotte territoriali, regionali o nazionali, a quelle in atto, di più vasto respiro, portate avanti dai movimenti rivoluzionari di altri paesi.

In questo senso, per le BRISOP, sono state fondamentali i legami “storici” e l’appoggio (passato e presente) derivanti dal nucleo dei VETERANI della ex-guerriglia delle FUERZAS ARMADAS REBELDES del Petén – Guatemala. Riferimento permanente di valore, morale e etica rivoluzionaria.

 

Se ancora pochi anni fa risultava “evidente” come per realizzare un contributo efficace per la lotta  anticapitalista occorresse una conseguente pratica internazionalista reale, OGGI,  l’offensiva neo-liberista ha avuto il merito di aggiungere informazione a quella “evidenza”: l’assenza di una conseguente pratica internazionalista reale è il sicuro viatico per una oggettiva collaborazione di classe con la borghesia.

 

4.2.1. Aspetti di internazionalismo: la pratica

 

La pratica d’internazionalismo realizzata dal CGI tra il 2010 ed il 2012, può così sintetizzarsi:.

 

CAMPAGNE DI SOLIDARIETÀ: con l’arresto nel maggio del 2010 di Roberto Martino, accusato dalle organizzazioni sioniste argentine di antisemitismo e terrorismo, il CGI ha assunto a livello politico ed organizzativo una Campagna Internazionale di Solidarietà per la liberazione del Segretario Generale del FPLP Ahmad Saadat e dello stesso Martino. La Campagna ha avuto risultati di visibilità e di mobilitazione positivi e può soprattutto affermarsi che, in Argentina e in Uruguay per la prima volta a livello di massa è stata conosciuta la storia e l’immagine del compagno Ahmad Saadat. Vogliamo sottolineare come anche in questa Campagna non sia mancato l’appoggio politico e morale del nucleo dei VETERANI della ex-guerriglia de la FUERZAS ARMADAS REBELDES del Petén; apoggio sempre inserito nella coerente visione dell’internazionalismo militante.

 

Il CGI continuerà la campagna per la sua liberazione sino a quando Ahmad Saadat sarà scarcerato.

 

SOLIDARIETÀ MILITANTE NEI CAMPI PROFUGHI PALESTINESI: nell’agosto del 2010 una missione del CGI ha visitato alcuni campi profughi dei rifugiati palestinesi in Libano e Siria. La solidarietà militante con la lotta del popolo palestinese e per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, tra cui Ahmad Sadat, sono stati l’oggetto degli incontri effettuati. Altri colloqui sono stati realizzati dalla missione con i responsabili dei campi profughi visitati e hanno avuto la finalità sia di capire la posizione del FPLP, unica Organizzazione marxista tra le forze palestinesi, sulla situazione Medio Orientale, che di fissare un percorso articolato di solidarietà da sviluppare in Italia ed America Latina (i risultati si evincono dal punto 5.).

 

INCONTRI POLITICI IN GRECIA E GIORDANIA: nel settembre del 2011 -come pianificato nel IV° Incontro CGI di Montevideo- è arrivato in Europa un compagno uruguayano dell’MRO-CGI.  La sua missione ha avuto come obiettivo tre punti principali. Il primo ha riguardato la costituzione di una rete internazionale contro la repressione, un tema molto presente in Argentina, Uruguay e Cile, che ha preso il nome di Coordinamento Antirepressivo per la Libertà dei Prigionieri Politici e Sociali (CALIPPSO). Visto il peso della proposta, il compagno arrivato aveva la piena rappresentanza dell’MRO stesso in quanto suo Segretario Generale. In questa veste ha avuto incontri e riunioni in Spagna, Belgio, Germania, Olanda, Svezia, Grecia e Italia.

Il secondo punto ha messo al centro l’intercambio del CGI con alcuni gruppi e collettivi marxisti e progressisti della Grecia, tra cui Nuova Corrente di Sinistra e Syriza, sia con il fine di capire la specificità della crisi del paese che per dare continuità a questi primi contatti informativi. Il terzo punto consisteva nella consolidazione dei contatti di solidarietà politica iniziati dal CGI nel 2010 con le missioni in Libano ed in Siria. In questo contesto, nell’ottobre del 2011, si sono svolti ad Amman incontri con alcuni responsabili dei Campi profughi palestinesi in Giordania ed anche con dirigenti politici del FPLP tra i quali si trovava Leila Khaled.

In entrambe le missioni di Grecia e di Giordania sono stati presenti compagni/e delle BRISOP – CGI. In base alla necessità di coordinare iniziative assunte dalla CGI ma anche specificatamente dalle BRISOP (le quali si evincono dal punto 5. e dall’Allegato I), è stato realizzato un secondo incontro con Leila Khaled ad Amman all’inizio del 2012.

 

5. Proposte BRISOP al V Incontro CGI

 

Sulla base del nostro CONTRIBUTO nella sua generalità, e del suo punto 4. in particolare, vi sottoponiamo tre nostre proposte che ci auguriamo saranno assunte anche da voi.

 

1ª proposta: 15 maggio 2012

ORGANIZZARE A LIVELLO INTERNAZIONALE LA COMMEMORAZIONE DEL GIORNO DELLA NAKBA (Argentina, Uruguay, Guatemala, …, Italia, Grecia, …) INTERCAMBIANDO TRA NOI – DA POSTAZIONI FISSE (via skype)- DICHIARAZIONI D’APPOGGIO ALLA LOTTA DEL POPOLO PALESTINESE ED ALL’FPLP IN PARTICOLARE.

 

2ª proposta: agosto 2012

APPOGGIARE L’INIZIATIVA DELLA NOSTRA CONDANNA POLITICA AL TENTATIVO DELLA ESTREMA DESTRA ITALIANA DI GETTARE LA RESPONSABILITÀ DELLA STRAGE DI BOLOGNA (IL 02 AGOSTO 1980 IN UN ATTENTATO DINAMITARDO ALLA STAZIONE FERROVIARIA DI BOLOGNA PERIRONO 85 PERSONE E 200 FURONO FERITE) ALL’FPLP [COME MANDANTE], COSA CHE QUESTO PARTITO HA SEMPRE FERMAMENTE RIGETTATO.

IL NOSTRO OBIETTIVO È PIÙ AMPIO DELLA DIFESA “STRETTA” DELL’FPLP, CHE NATURALMENTE È IMPORTANTE PER TUTTI NOI E RESTA COMUNQUE UN OBIETTIVO.

L’OBIETTIVO, PARTENDO DALLA RESISTENZA AL FASCISMO AL NAZISMO CHE VIDE BOLOGNA COME UNA DELLE PRIME CITTÀ IN QUESTA LOTTA, È QUELLO DI FAR RIFLETTERE SUL FATTO CHE LA RESISTENZA DEI POPOLI  COSÌ AL FASCISMO COME AL GENOCIDIO IMPERIALISTA È UN DIRITTO.

L’APPOGGIO CONSISTEREBBE IN DUE O PIÙ VOSTRI INTERVENTI (MAGARI LETTI IN ITALIANO) NEI QUALI SI SOTTOLINEA L’ELEMENTARE VERITÀ DI QUESTO DIRITTO ANCHE CON ESEMPI DELLE VOSTRE LOTTE.

 

 

3ª proposta: fine 2012

VOGLIAMO PUBBLICARE UN LIBRO DA UTILIZZARE NEL FRONTE IDEOLOGICO CHE ABBIAMO TITOLATO “QUELLI DEL PLAYA GIRÓN” E -COME GIÀ SCRITTO AL DIRETTO INTERESSATO- PENSAVAMO AD UNA MEMORIA DI TONI DA INSERIRE TRA GLI ALTRI SETTE COMPAGNI ED UNA COMPAGNA (LEILA KHALED), COME POTETE VEDERE IN ALLEGATO II.

SE VOI FOSTE INTERESSATI ALLA UTILIZZAZIONE DEL LIBRO, NEL CONTESTO DETTO, FAREMMO CONVINTI LO SFORZO (abbastanza grande) DI TRADURRE IN SPAGNOLO  LE INTERVISTE E LE AUTOBIOGRAFIE IN LINGUA ITALIANA.

 

 

 

ALLEGATO I

 

APPELLO ALLE FORZE ANTIFASCISTE

 

CHIUDIAMO “Casapound!”

 

CHIARIAMO PERCHÉ IL FASCISMO È ANCORA PRESENTE!

 

SVILUPPIAMO insieme “una battaglia delle idee” per recuperare la memoria di classe!

 

Nel volantino che abbiamo distribuito durante la manifestazione del 17 dicembre a Firenze per denunciare la strage fascista e portare solidarietà alla Comunità Senegalese, precisavamo come a Pistoia “Casapound” e Questura, ognuno chiaramente con metodi suoi, ci avessero intercettato durante l’incontro dell’11 ottobre del 2009 che aveva come obiettivo l’organizzazione del contrasto sul territorio allo spiegamento delle cosiddette “ronde”, strumento paramilitare reso legittimo, questo era ed è, da una legge approvata del Parlamento dello Stato italiano.

Non per polemica, ma come riflessione critica pensiamo necessario sottolineare che il non avere compreso come l’emergenza politica prodotta dalla crisi capitalista (2007) richiedesse una reazione immediata contro i conseguenti tentativi di fascistizzazione dello Stato -per contemporaneamente rafforzare ed implementare il rigetto popolare epidermicamente mostrato a questa misura che ricordava la nascita delle squadracce fasciste degli anni ’20- vada letta come una misura del complessivo ritardo nel quale ci trovavamo e ci troviamo.

A dare la percezione concreta, purtroppo, di questo ritardo, ci ha pensato “Casapound” di Pistoia mediante un suo ideologo, il Casseri, autore materiale della strage fascista contro i lavoratori senegalesi.

 

“Casapound” VA CHIUSA!

 

Non può essere compito di questo appello elencare le innumerevoli prove, oltre alla strage che è comunque dirimente, dimostranti la pericolosità di questo gruppo fascista che a livello nazionale si chiama “Casapound”. È sufficiente, in questo contesto, solo enucleare due sui convinti assiomi che fondendo il passato con il presente lo auto-dichiarano erede attivo di quel fascismo assassino, torturatore e fuori legge che operò come vassallo del nazismo sotto la cosiddetta “Repubblica Sociale Italiana” di cui, non è il caso di dimenticarlo, Ezra Pound fu un convinto sostenitore.

I due assiomi cui ci riferivamo, pubblicamente sostenuti da “Casapound”, e che vogliamo qui citare in quanto particolarmente esemplificative, riguardano:

- la rivendicazione storica del criminale e vigliacco compito dei franchi tiratori “repubblichini” -settari uomini di Pavolini da lui lasciati a Firenze per seminare terrore e morte contro l’inerme popolazione della città- indicati da “come esempio e riferimento per la gioventù italiana”;

- la rivendicazione di rappresentare e soprattutto la volontà di organizzare, confermate le identità ideologiche e di azione con la “Repubblica di Salò”, i “fascisti del III° Millennio”.

 

L’applicazione a “Casapound” della XII Disposizione Transitoria e Finale della Costituzione Italiana che enuncia: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”, è dunque assolutamente pertinente ed essa va dunque DISCIOLTA.

Negarne la chiusura sui territori dove opera, perché, come dice il sindaco di Firenze Renzi “non si può chiudere un “Centro Sociale” (!!!) se non vi è la consumazione di un reato ad esso imputabile”, È SOLO, da parte sua, un eccessivo sfoggio di colpevole ignoranza. Renzi dovrebbe sapere, appunto, che l’esistenza di organizzazioni fasciste è vietata di per sé dalla Costituzione, come sopra trascritto, restando essa la massima ed unica fonte di produzione legislativa nel nostro paese.

Negarne la chiusura sui territori dove opera, da parte delle forze istituzionalmente preposte alla repressione del fascismo, rappresenterebbe, nel contesto dei fatti accaduti, una inaccettabile violazione della Costituzione che, come dimostra l’eminente costituzionalista Costantino Mortati,

essendo essa “basata sull’adesione attiva dei cittadini ai valori consacrati nella Costituzione, non può non abilitare quanti siano più sensibili a essi ad assumere la funzione di una loro difesa e reintegrazione quando ciò si palesi necessario per l’insufficienza e la carenza degli organi ad essa preposti”.

 

VA CHIARITA la penetrazione attuale del fascismo!

 

Se le realtà assassine fasciste come “Casapound” devono e possono essere chiuse, la presenza strutturale del fascismo in Italia ed in Europa come riferimento ideologico e politico consistente ed aggressivo -nonostante i crimini storici da esso perpetrati contro l’umanità, nonostante l’annientamento, in parte a ciò conseguente, delle sue forze militari- pone certamente problemi di scala diversa, non risolubili “attraverso” le sole Costituzioni ed i Codici penali che da essa derivano o dovrebbero derivare.

Questi problemi di scala superiore sono essenzialmente, ma non unicamente, legati a due cause apparentemente distinte.

La prima causa altro non è che il sistema capitalista. Il capitalismo, dalla sua fase imperialista in poi, produce costantemente “fascismo” cioè dà massa ad un volano politico-paramilitare che le classi dirigenti di vari paesi hanno utilizzato (e possono ancora farlo oggi) nei loro periodi di crisi delegandogli la gestione della macchina della Stato. Il superamento reale del fascismo è quindi subordinato ad una battaglia più ampia.

La seconda causa altro non è che il revisionismo storico praticato apertamente dagli ultimi anni dell’ottanta dalla “sinistra democratica” nella sua scommessa di “pacificazione nazionale” per il ricompattamento politico ed ideologico di quella borghesia italiana della quale, nella sua “vocazione di governo”, si sente ormai di far parte. Da qui inizia dunque tutto il percorso di cancellazione della memoria di classe, senza il quale non sarebbe stata possibile la strumentalizzazione delle “foibe”, la possibilità di commemorare i “repubblichini”, la “beatificazione” dei fascisti come “nuovi martiri dell’italianità”, la sopportazione di un nazionalismo guerrafondaio ed imperialista, anche questo violatore della Costituzione.

 

VA SVILUPPATA unitariamente una “battaglia delle idee”!

 

Come abbiamo prima argomentato, la decisione strategica di assumere irreversibilmente la collaborazione di classe da parte della “sinistra democratica”, è stato un fattore imprescindibile per la penetrazione ed il rafforzamento della opzione fascista nelle stesse classi subalterne. È quindi elementare come anche per chiudere “Casapound” non basti chiedere, pur nel contesto nel quale nasce il presente appello, la necessaria ed immediata applicazione della Costituzione. Occorre cioè, contemporaneamente, sviluppare da subito e sul territorio, ovunque sia possibile, una “battaglia delle idee” il cui inizio necessariamente coincide con il recupero della memoria di classe, dell’essere classe. La Resistenza al fascismo di una parte consistente delle masse popolari italiane ed europee, che attraverso di essa vedevano la possibilità del superamento del capitalismo, rimane un grande insegnamento. La Resistenza dimostra come la lotta della classe operaia per l’emancipazione politica ed economica delle classi subalterne non abbia nessuna parentela col terrorismo e sia semplicemente un diritto.

Sulla sviluppo di questa “battaglia” ci troviamo totalmente d’accordo ed assicuriamo il nostro impegno per contribuire alla definizione dei contenuti e alla partecipazione diretta.

“brigate di solidarietà e per la pace” – nel C.G.I.

 

brisop.noblogs.org                mro.nuevaradio.org      farporlaunidadyelsocialismo.blogspot.com

ALLEGATO II

 

“QUELLI del PLAYA GIRÓN”: per recuperare la memoria di classe ed il diritto all’emancipazione.

 

Come “Brigate di Solidarietà e per la Pace” abbiamo deciso di realizzare una prima pubblicazione il cui titolo, mantenuto come identificatore di “collana” nelle eventuali reiterazioni, coincide con la testata della presente pagina [“QUELLI del …”]. La pubblicazione contiene otto contributi, tra interviste e memorie auto-biografiche, di combattenti comunisti impegnati in distinti periodi storici nella lotta contro le specifiche dittature capitalistiche applicate sui propri rispettivi popoli (fascismo “classico”, sionismo, borghesie nazionali subordinate all’imperialismo). Come si dovrebbe avere evinto, il libro-collana è da noi progettato come un cronotopo “aperto” nel quale vengono via via inseriti contributi di soggettività equivalenti a quelle cui abbiamo dato voce in questa prima “immissione”.

 

PERCHÉ QUESTO TITOLO.

 

A seguito sarà brevemente giustificata la scelta del titolo. Tale scelta polarizza due fattori che, calati nella concretezza del contenuto del testo, divengono elementi di riferimento per la sua lettura critica.

Il fattore oggettivo: Playa Girón è una spiaggia cubana della Provincia di Matanzas, che è stata teatro, il 17 aprile 1961, della invasione di truppe mercenarie che dovevano riportare l’Isola sotto il totale potere delle necessità geo-strategiche dell’imperialismo statunitense e dello sfruttamento delle sue mafie criminali. Queste truppe mercenarie sono state sconfitte in sole 48 ore.

Le cause della vittoria della Rivoluzione cubana sull’invasione imperialista, la prima vittoria definitiva tra le centinaia di rivoluzioni popolari scoppiate nell’America Latina, risiedono in oggettive scelte strutturali, politiche, economiche e militari, che la direzione rivoluzionaria aveva iniziato ad implementare, a differenza di quanto accaduto per gli altri tentativi di emancipazione nazionale del Continente.

È la sottolineatura che “una rivoluzione o è socialista o è una caricatura (tragica) di rivoluzione”.

Il fattore soggettivo: Playa Girón è anche il nome di un peschereccio della flotta cubana, che oltre a svolgere il proprio specifico lavoro si trova da sempre sotto possibile attacco, dal mare e dall’aria, del terrorismo statunitense. I marinai che ci lavorano e ci vivono (“quelli del Playa Girón”) devono quindi ogni giorno affrontare questo difficile e pericoloso impegno. La loro soggettività rivoluzionaria che li mantiene al loro posto, li ha anche resi necessariamente autonomi da tutele “amministrative”; possono e debbono parlare criticamente delle loro necessità e delle loro prospettive.

È la sottolineatura che i partiti rivoluzionari altro non sono se non i conduttori del processo e che gli artefici delle rivoluzioni non possono che essere le masse popolari. Non comprendere dialetticamente questa relazione significa rompere la costruzione che può portare alla vittoria.

 

I PROTAGONISTI DEL LIBRO.

 

“L’equipaggio” a bordo, in questo primo “viaggio”, è composto da otto unità internazionaliste il cui percorso è pienamente coerente per lo sviluppo critico delle categorie associate al messaggio polarizzato nel titolo del libro.

Due Commissari Politici della “22ª Bis Brigata Vittorio Sinigaglia”, un Partigiano della “Checcucci”, il Comandante dei GAP fiorentini [periodo:1936-1944], un Commissario Politico delle “Forze Armate Ribelli” del Guatemala [periodo:1979-1996], una Compagna dirigente del “Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina” [periodo:1967-2012], un dirigente contadino del “Frente Sandinista de Liberación Nacional” del Nicaragua [periodo:1967-1990], un dirigente del “Forze Armate Rivoluzionarie Orientali” dell’Uruguay [periodo:1964-1990].

 

PERCHÉ QUESTO LIBRO.

 

L’offensiva capitalista che da venti anni sta intercettando tutti gli aspetti della nostra vita con una feroce accelerazione reazionaria, ha reso politicamente cieche, sorde e mute le classi subalterne, in Italia ed in Europa. La cancellazione della nostra memoria di classe, dell’essere classe, ne sono gli effetti visibili e, di fatto, concretamente misurabili.

Occorre, ne siamo convinti, sviluppare oggi, da subito sul territorio, ovunque sia possibile, una “battaglia delle idee” che denunci e dimostri, sulla base dell’attacco mortale che colpisce ORA ed irreversibilmente le masse popolari, la impossibilità di una nostra convivenza politica ed economica con il modello capitalista e che il socialismo è l’unica soluzione concreta; ma contemporaneamente occorre recuperare le basi senza le quali questa “battaglia delle idee” apparirà scritta e parlata in una lingua incomprensibile e queste basi altro non sono se non il recupero della memoria di classe, dell’essere classe.

La Resistenza al fascismo, all’imperialismo, al sionismo ed alle borghesie nazionali di una parte consistente delle masse popolari italiane, europee, e di altri Continenti -le quali attraverso Essa vedevano e vedono la possibilità del superamento della dittatura capitalistica- è stata ed è un grande insegnamento che dimostra come alla lotta sviluppata dalla classe operaia per l’emancipazione politica ed economica delle classi subalterne, non possa appiccicarsi una qualunque parentela con una qualunque “accezione di terrorismo” perché è semplicemente un diritto.

 

A questo le “Brigate di Solidarietà e per la Pace” vogliono contribuire con “QUELLI del PLAYA GIRÓN”.

 

 

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Comunicato sull’uccisione dei giovani senegalesi per mano fascista

CONTRO FASCISTI E PADRONI NESSUNA RESA!

 

Come compagne e compagni delle Brigate di Solidarietà e per la Pace esprimiamo la nostra più totale ed incondizionata solidarietà alla comunità senegalese per la violenza omicida -avvenuta a Firenze per mano fascista- che ha colpito 5 suoi giovani connazionali e semplici lavoratori, di cui tre uccisi ed altri due gravemente feriti. Il gesto che si vorrebbe ricondurre ad una follia individuale, ancorché riconosciuta fascista, nasce invece da una cultura politica dell’odio e della divisione che, presente nel DNA politico delle “destre”, è purtroppo pesantemente passata anche all’interno della classe lavoratrice. Da questo deriva, quindi, la necessità immediata di una battaglia comune, politica e culturale, da sviluppare uniti, “indigeni” ed “allogeni”, per denunciare il modello securitario delle nostre città implementato dalle formazioni partitiche, compatibili con il capitalismo, che da sempre governano la Toscana. Questo tipo di gestione ha creato fobie collettive tese al rigetto della soggettività migrante, accusata di minare la “sicurezza” degli “abitanti”, intesa sia come sicurezza personale che come sicurezza lavorativa. Un vecchio stratagemma per scaricare i costi della crisi sui soggetti più deboli, creando dei capri espiatori collettivi, riducendo il costo del lavoro e creando un “esercito industriale di riserva” di schiavi. Questa è la realtà, fuori dalle pietose dichiarazioni istituzionali. Sono quindi la logica e la dittatura del capitale globalizzato, ormai applicate all’intera Europa, che rappresentano il brodo di coltura in cui “questo” tipo di stragi vengono a maturazione e non una generica “follia”. Ma il fattore dinamizzante, chi cioè fattualmente realizza questi assassinî di massa, altro non è che un nuovo-vecchio fascismo che esattamente nelle fasi di crisi delle regole capitalistiche – oggi più forse per un istinto di classe che per una “elaborazione politica”- interviene per dare un segnale della sua disponibilità “a collaborare”, a suo modo, con e per i padroni.

 

Quando Borghezio, della Lega Nord, afferma che le idee ed i temi focalizzati dal nazista norvegese Breivik -dopo che questo, il 23 luglio di quest’anno, aveva assassinato 91 giovani socialdemocratici- “sono le stesse nostre e sono ottime”; quando una legge dello Stato legittima le cosiddette “ronde” per ripulire le città dagli extra-comunitari mentre contemporaneamente parte dai ministri e dai ministeri un piano per riscrivere la storia e per così cancellare cosa è stato e cosa ha fatto il fascismo; quando due realtà presenti sul nostro territorio (pubblicamente fasciste) come Casapound e Casa G dichiarano “che i franchi tiratori fascisti di Pavolini, devono assurgere ad esempio e riferimento per la nostra gioventù”, non è difficile stabilire quale sia la linea ideologica che porta all’attuazione di queste stragi.

 

Non è inutile ricordare come il nostro contrasto alle “ronde”, bloccato forse non casualmente da un raid punitivo della Questura di Pistoia nell’ottobre 2009, stava e starà nella prospettiva  più generale di accumulazione delle forze volte a respingere la chiusura degli spazi coerentemente anticapitalisti e contro la neo-fascistizzazione dello Stato.

 

La strage perpetrata a Firenze da un militante di estrema destra, frequentatore di Casapound di Pistoia, ci conferma la necessità di trasformare i processi contro gli antifascisti in altrettanti processi contro il “fascismo del secolo XXI”. Non possiamo non assumere che il fascismo è illegale e va combattuto in ogni sua manifestazione e giustificazione.
SOLIDARIETÁ AI LAVORATORI SENEGALESI UCCISI DA MANO FASCISTA!

VIVA LA SOLIDARIETÁ DI CLASSE INTERNAZIONALISTA!

 

 

Brigate di Solidarietà e per la Pace

nel Coordinamento Guevarista Internazionalista

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COMUNICATO DEL FRONTE POPOLARE DI LIBERAZIONE DELLA PALESTINA IN OCCASIONE DEL 44 ANNIVERSARIO

44 ANNI DI FRONTE POPOLARE: COSTRUIRE L’UNITÀ ATTRAVERSO LA RESISTENZA
E LA SFIDA ALL’OCCUPAZIONE

L’11 dicembre 2011 come data marca quarantaquattro anni di lotta da
quando un gruppo di rivoluzionari, guidati dal compagno Dott. George
Habash e dai suoi compagni, fondarono il Fronte Popolare di
Liberazione della Palestina per lottare per la liberazione della
nostra terra e del nostro popolo, esigere per i profughi palestinesi
il diritto al ritorno alle loro case e alla loro terra, dalle quali
furono scacciati nella Nakba nel 1948 e costruire una alternativa
rivoluzionaria araba a fronte della sconfitta dei regimi arabi nella
guerra del 1967.
Questo anniversario è diventato un giorno prezioso per il nostro
partito, il nostro popolo, il movimento di liberazione nel mondo
arabo, e le forze progressiste, che lottano per la libertà, il
socialismo e la pace in tutto il mondo. Il Fronte popolare continua ad
incarnare gli scopi di questi movimenti, per costruire un movimento
rivoluzionario, per consolidare e unificare il movimento di
liberazione nazionale e le sue forze democratiche e di sinistra, per
approfondire il contenuto democratico e sociale della nostra lotta
nazionale, per combattere con l’altro braccio del nostro movimento, la
lotta della nazione araba per l’unità e la liberazione; e per
resistere internazionalmente contro l’imperialismo, il sionismo, in un
percorso di libertà, anti colonialismo, libertà dallo sfruttamento e
liberazione della terre e dei popoli nel mondo.
Nel momento in cui  festeggiamo un nuovo anniversario, facciamo
appello al nostro popolo- nella Palestina occupata dal 1948 e dal
1967, nei campi profughi, in diaspora e in esilio, a tutti i
prigionieri nelle prigioni dell’occupante, così come la loro
avanguardia il nostro Segretario Generale, il compagno prigioniero
Ahmed Saadat e ricordiamo i martiri della Palestina e del nostro
Fronte, al-Hakim, Dr. George Habash, e Abu Ali Mustafa e porgiamo
omaggio alle loro famiglie e compagni che resistono. Rinnoviamo la
nostra promessa a rimanere fedeli e mostrare il nostro profondo
rispetto per i martiri, i feriti e i prigionieri e le continua
sofferenze del nostro popolo, di continuare a resistere e sostenere
per i diritti e gli scopi per i quali hanno combattuto- il diritto del
nostro popolo alla resistenza, a sconfiggere l’occupazione e gli
insediamenti, alla liberazione di tutti i prigionieri,
all’assicurazione del nostro diritto al ritorno,
all’autodeterminazione e alla liberazione nazionale e alla lotta per
una Palestina democratica dal fiume Giordano al mare, nella quale
tutti i popoli siano uguali e che sia libera dal razzismo, sionismo e
dall’oppressione.
La lotta del nostro popolo è in una fase di liberazione nazionale, e
la nostra opposizione primaria è contro l’occupazione e i suoi piani
per liquidare la nostra causa nazionale, per confiscare la nostra
terra e scacciare il nostro popolo e ci impegniamo a continuare la
nostra resistenza in tutte le forme inclusa la lotta popolare ed in
particolare la lotta armata, per liberare la nostra terra e
raggiungere gli scopi del movimento di liberazione nazionale.
Mentre rimarchiamo l’anniversario, rimarchiamo il decennio di lotte
dei prigionieri, eroi del popolo palestinese, nelle prigioni
Ricordando l’anniversario, rimarchiamo decenni di lotta dei
prigionieri, eroi del popolo palestinese, nelle prigioni
dell’occupante. Centinaia di nostri compagni- e  molte più centinaia
di Palestinesi, sono stati oggetto di detenzione di massa in seguito
ad incursioni nelle passate settimane e sono andati ad aggiungersi
alle migliaia di sorelle e fratelli che continuano la loro lotta  per
la libertà del loro popolo e della loro madrepatria da dietro le
sbarre. Il compagno Ahmad Sa’adat, nostro segretario generale, permane
in isolamento da quasi tre anni. I nostri compagni, sorelle e fratelli
nelle prigioni hanno preteso unità. Coordinato gli scioperi della
fame, e “prestato servizio” come coscienza, ispirazione e salda
colonna vertebrale del nostro movimento. Essi sono i nostri padri,
madri, figli, figlie, sorelle, fratelli, mariti, mogli, compagni ed
amici e noi continueremo la lotta fino a che essi non saranno liberi,
fino a che ogni prigioniero abbatterà le sbarre delle prigioni
dell’occupazione in una Palestina libera.
Quarantaquattro anni  dopo la fondazione del Fronte e dopo 64 anni di
occupazione della Palestina, dalla Nakba, l’espulsione del nostro
popolo dalla propria terra,  i Palestinesi sono in tutto il mondo-
nella nostra madrepatria occupata, nei campi profughi, e in esilio nel
mondo. La lotta per la liberazione della Palestina è la  lotta per il
diritto al ritorno e i profughi palestinesi ovunque sono
nell’avanguardia della lotta per assicurare che i loro diritti
fondamentali non  vengano in alcun modo svenduti o soggetti a
negoziato.
Il 15 maggio di quest’anno, i  profughi palestinesi sono stati uccisi
mentre marciavano verso i confini della nostra terra occupata per
esigere il loro ritorno. Noi continueremo la nostra lotta fino a che
sette milioni di profughi palestinesi marceranno lungo la strada del
ritorno e della liberazione e avranno assicurato il loro diritto a
ritornare, riavere indietro, decolonizzare e liberare la nostra terra
e porre fine all’occupazione colonialistica della Palestina.
L’anniversario del Fronte giunge in un momento storico per la nazione
araba, una fase qualitativamente nuova nella quale il popolo arabo si
è sollevato e mobilitato per lottare per la democrazia e la giustizia
sociale ma anche per raggiungere una vera indipendenza e dignità
nazionale attraverso lo scontro contro i regimi corrotti ed
autocratici che hanno a lungo praticato la normalizzazione dei
rapporti con il sionismo, la subordinazione all’imperialismo e alle
potenze coloniali. Il Fronte rende omaggio alle masse arabe che si
stanno sollevando per raggiungere la loro dignità, libertà, giustizia
e autodeterminazione e che rigettano simultaneamente qualsiasi forma
di interferenza esterna nelle lotte arabe, in particolare le potenze
imperialistiche della NATO e idei regimi arabi loro partner e alleati
che cercano di eludere il potere popolare. Inoltre cercano  di
dividere il popolo della regione, reimporre la dominazione
imperialistica e coloniale, liquidare la centralità della causa
palestinese e impadronirsi della ricchezza e delle risorse del popolo
arabo  per nascondere la profonda e crescente crisi del capitalismo e
il crescente rifiuto dell’ordine neoliberale del mondo unipolare
imposto dall’imperialismo statunitense. Questi sono i maggiori doveri
nazionali di fronte al nostro popolo incluso il bisogno di sviluppare
una vera unità nazionale ed una strategia di resistenza nazionale per
affrontare l’occupante e mobilitare le forze di resistenza del nostro
popolo e di tutte le nostre istituzione di massa per il più alto
livello di partecipazione e mobilitazione per condurre questa lotta.
Questo processo deve essere totalmente inclusivo e prendere parte
sotto la supervisione e gli auspici del nostro popolo, nei campi
profughi, protetto dalle armi della resistenza. La mobilizzazione del
nostro popolo deve avere luogo ovunque ci siano Palestinesi, nella
nostra terra occupata, nei campi profughi in tutto il mondo arabo, in
diaspora e in esilio- noi siamo un solo popolo, con una causa, la
liberazione della Palestina e il ritorno dei profughi e il nostro
popolo ovunque deve essere mobilizzato con il massimo sforzo con
processi democratici, popolari e partecipativi, per ricostruire
veramente l’O.L.P. su basi pienamente inclusive come l’unica legittima
rappresentante del nostro popolo ovunque e come leadership della lotta
del nostro popolo nello scontro con l’occupazione, il sionismo e
l’imperialismo.
Questo è necessario per confermare e rendere prioritari gli interessi
nazionali del nostro popolo che si è sacrificato così tanto per
affrontare una occupazione brutale che quotidianamente persegue le sue
criminali politiche coloniali, la giudaizzazione di Gerusalemme,
assedio e aggressione, supportata in tutto e per tutto
dall’amministrazione statunitense e protetta dal silenzio
internazionale e dall’ipocrisia e complicità e dalla continua
normalizzazione e sottomissione dei regimi arabi. Le masse del popolo
palestinese non permetteranno più che la loro causa venga inquinata e
ai loro sacrifici vengano meno il rispetto negli interessi di
soddisfare gli squallidi scopi di pochi, o che gli venga richiesto di
essere complici con le richieste dell’occupazione e del suo partner
strategico, gli Stati Uniti. La farsa dei cosiddetti “negoziati” con
gli Stati Uniti come referenza e il tradimento degli “accordi in
maniera di sicurezza” servono solo a Netanyahu e allo stato sionista e
devono essere lasciati indietro una volta per tutte. E’ giunta
definitivamente l’ora di difendere i diritti del nostro popolo e
mettere la parola fine all’era di Oslo e del disastroso “processo di
pace” che non ha significato nient’altro che continua guerra contro il
nostro popolo.

Glory for the martyrs of Palestine – Freedom for the prisoners of freedom
Onward to the victory of our people!
GLORIA AI CADUTI DELLA PALESTINA! LIBERTà PER OCLORO CHE SONO
PRIGIONIIERI PER LA NOSTRA LIBERTA’! AVNATI FINO ALLA VITTORIA DEL
NOSTRO POPOLO!

Popular Front for the Liberation of Palestine
December 11, 2011

 

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comunicato congiunto BRISOP e COORDINADORA GUEVARISTA di solidarietà con il FRONTE POPOLARE di LIBERAZIONE della PALESTINA

Arresti e repressione non fermeranno la Resistenza  palestinese!

¡Detenciones y represión no podrán parar la Resistencia Palestina! Continue reading

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